Wednesday, January 07, 2009

In memoria di Giuseppe Fava

Giornalista, chevalier seul, eroe moderno. 25 anni fa moriva Giuseppe Fava, eccezionale (nel senso di eccezione, purtroppo) cronista antimafia, freddato il 5 gennaio 84, sette giorni dopo aver concesso ad Enzo Biagi l'intervista linkata sotto. Fu seppelito senza onori e nella distanza di quelle istituzioni che aveva strenuamente difeso, attaccandone le collusioni dei rappresentanti; quelle stesse istituzioni che cercarono vergognosamente di far passare il suo omicidio come delitto passionale. Un piccolo tributo, perché è anche grazie al suo sacrificio che la situazione italiana, in questi 25 anni, almeno per certi aspetti, è migliorata. Contro tutti i piccoli cannavaro, a fianco di chi, rischiando la pelle e gli amici, si assume l'onere della denuncia.

Enzo Biagi intervista Giuseppe Fava, 28 dicembre 1983.

Thursday, November 20, 2008

In Italia il brutto, lo squallido ed il corrotto vincono (quasi) sempre

Sono reduce dalla presentazione di "Perché sono uscito dalla casta" di Willer Bordon, dalla visione della puntata di "Exit" sugli sprechi per la Tav, e della puntata di "Malpelo" sugli abusi edilizi in Umbria. Una carrellata che non lascia scampo. Siamo un paese dove a essere corrotti, omertosi e fraudolenti ce la si passa alla grande. Un paese con un'idea di economia e di sviluppo che passa per la collusione, l'associazione a delinquere, la distruzione del territorio e dei patrimoni paesaggistici, le morti sul lavoro, la salvaguardia dei privilegi delle caste, l'informazione tarocca, il togliere le risorse all'istruzione e alla ricerca, e davvero, chi più ne ha più ne metta. I mali che già denunciava Pasolini, che già denunciava Sciascia, sono ora la SINTASSI stessa del paese Italia. Il DENARO (sporco/riciclato/ciucciato dalle casse pubbliche) sopra tutto, il DENARO (sporco/riciclato/ciucciato dalle casse pubbliche) che muove tutto. Il DENARO (sporco/riciclato/ciucciato dalle casse pubbliche) motore immobile dell'intero paese nazione.

Chissà che arrivi la Crisi, e che spazzi via tutto.

Tutto? Salvo chi ha il coraggio di denunciare, spesso rimettendoci personalmente per questo. Oggi ho visto esempi positivi: Bordon, Variati, una stupefacente Ilaria D'Amico, Malpelo, l'associazione Italia Nostra. Mi vengono in mente i ragazzi che lavorano al giornalino (VicenzaPiù) di mio fratello (mi scusi il diminutivo) e che si battono con fatica per un'informazione onesta.
Non salvo chi si limita a tirare a campare e se ne frega. Sono cazzi loro? E' COLPA soprattutto loro. Sono gli spazi vuoti che rendono distinguibili le parole, sono il foglio bianco su cui scrivere pagine nere: la connivenza di chi accetta lo status quo e di chi non vuole guardare è il collante che tiene saldo il sistema.

Wednesday, October 29, 2008

I benefici della crisi economica 2 - Si riparla dell'inadeguatezza del PIL

Da Massimo Gaggi, Corriere della Sera del 24-10-08.

CRESCITA, DECRESCITA E DITTATURA DEL PIL

C ' era una volta il regno himalayano del Bhutan, il cui sovrano illuminato aveva sostituito il Gross national product col Gross national happiness: un indice della felicità al posto del Pil. Esperimento audace, ma finito un po' in ombra da quando il progresso - sotto forma di tv e Internet - ha fatto calare anziché crescere i livelli di soddisfazione nel piccolo Stato tra le nuvole. Ma siccome, come hanno detto anche politici di epoche e Paesi diversi - da Robert Kennedy a Giulio Tremonti - «il Pil misura tutto meno ciò che rende la vita degna di essere vissuta», l' economia della felicità continua ad avere i suoi cultori mentre, col deterioramento dell' ambiente, gli indici «alternativi» si moltiplicano: dall' Isew (welfare sostenibile) al Gpi (Genuine Progress Indicator). Misurano la ricchezza di un Paese tenendo anche conto della distribuzione del reddito, dell' inquinamento, della diffusione del crimine. L' Onu usa lo Human Development Index nel quale rientrano anche scolarizzazione e aspettative di vita. Poi, però, si scopre che il Paese in testa alla classifica Onu, l' Islanda, è alla bancarotta. Difficile, allora separarsi dal vecchio e caro Pil: ancoraggio tanto rozzo quanto sicuro.
Ma stavolta qualcosa può cambiare, anche in conseguenza del terremoto finanziario che stiamo vivendo. Qualche giorno fa ho partecipato, a Rimini, alle giornate del Centro Pio Manzù: un momento di discussione tra esponenti di diversi Paesi e diversi orientamenti ideologici. Nei dialoghi sulla crisi economica globale e le strade per alleviare la sofferenza dei poveri si sono confrontati personaggi dalle idee opposte: Benjamin Friedman, l' economista di Harvard convinto che la crescita vada perseguita a tutti i costi perché non solo riduce l' indigenza, ma favorisce la crescita civile e democratica di una società, si è visto sbarrare la strada da Serge Latouche, economista e sociologo francese, il teorico della «decrescita serena e conviviale», che ha definito le tecniche «low cost» (prodotti più economici e più concorrenza tra produttori) «un crimine contro l' umanità». Anthony Giddens, l' uomo che ha costruito con Tony Blair la terza via del New Labour, si è, invece, rifiutato anche solo di ipotizzare una crisi del capitalismo: «Non servono nuovi paradigmi, ma nuove regole per far funzionare meglio i mercati. I banchieri in futuro conteranno molto meno, ma questo non verrà deciso per decreto. Capiterà loro quello che è successo a suo tempo ai sindacati inglesi: perderanno la loro rilevanza».
Su un punto, però, tre personaggi così diversi sono d' accordo: «Basta con la dittatura del Pil». Per Latouche è demenziale considerare lo spegnimento di un incendio che distrugge una foresta un aumento di ricchezza e anche Friedman riconosce che lo sviluppo è corretto se si basa su indici che tengono conto anche del costo ambientale delle produzioni. «Bisogna capire che il Pil non è più una misura attendibile del benessere» incalza a sua volta Giddens. Se non è un cambio di paradigma, sembra quantomeno il preannuncio di un cambio di stagione.

Thursday, October 23, 2008

Sempre Giorgio Dell'Arti, sempre Massimo Fini. Piccole soddisfazioni.

Il 19 ottobre, sulla Gazzetta dello Sport, Giorgio Dell'Arti scriveva riguardo all'Afganistan delle frasi che mi son sentito di contestare utilizzando estratti di articoli di Massimo Fini. Pare che l'operazione sia riuscita, visto che il giornalista ha pubblicato sul suo blog definendo "molto efficace" la mia contestazione. Piccole soddisfazioni: il pensiero di aver in qualche modo scalfito certezze malfondate di un giornalista che con il suo pensiero raggiunge più di 500000 persone al giorno mi dà un po' di coraggio, e mi rincuora sul fatto che utilizzare il proprio tempo per diffondere idee che meritino circolazione non sempre sia inutile. Perlomeno, la prossima volta che scriverà di Afganistan, Dell'Arti ci penserà sopra un bel po' prima di dire che la guerra laggiù pare essenziale.

Qui l'articolo, qui sotto ricopio il mio commento.


"La guerra contro i talebani è in effetti essenziale perché sono proprio loro ad alimentare il terrorismo islamico. E perché il 90% dell'eroina che si consuma nel mondo viene da qui."

Il 100% del contenuto di queste due frasi è invece confutabile. Anzi ribaltabile: è la guerra contro i talebani ad alimentare il terrorismo islamico, ed è sempre la guerra la ragione per cui il 90% dell’eroina che si consuma nel mondo proviene da lì. Confuterò le sue due affermazioni citando articoli dell’anno scorso di Massimo Fini, giornalista di rara indipendenza di pensiero, che da subito si è schierato con forza contro l’intervento militare in Afganistan.

Smontiamo per prima la seconda affermazione, che la guerra è essenziale perché l’eroina proviene da lì.

Massimo Fini, (“Il Giorno”, 08-03-07): “Si è fatto anche un gran e piagnucoloso parlare di oppio di cui oggi l’Afganistan è il massimo produttore mondiale (93%), ma nessuno ha avuto l’onestà di ricordare che nel 2000 il mullah Omar aveva bloccato la coltivazione del papavero portando a zero (zero!) la produzione di oppio. Poi sono arrivati i «liberatori»”.
Il 17 marzo 2007 un lettore gli chiede le prove a sostegno di questa affermazione. Fini risponde così: “Le opinioni sono i libere, i fatti no. Per controllare questa notizia il lettore non ha che da guardarsi il grafico pubblicato dal Corriere il 17/6/2006. Nel 1990 gli ettari coltivati a papavero in Afganistan erano 41.300 con una linea ascendente, che con qualche leggera remissione nel periodo talebano, arrivano ai 131 mila del 2004. C’è un solo anno di crollo, il 2001, in cui gli ettari si riducono a 7.606. Come mai? Perché dopo il raccolto del 2000 il mullah Omar ordinò ai contadini di convertire le loro coltivazioni di papavero (e gli effetti del provvedimento, naturalmente, si videro l’anno successivo). Oppure può leggersi il libro “Talebani” del giornalista pakistano Ahmed Rashid che riferisce di questo provvedimento che fu così drastico (i campi dei contadini che non rispettavano l’ordine venivano bruciati) che il prezzo dell’oppio salì alle stelle”.

Quindi la guerra non può essere considerata essenziale per contrastare il traffico di droga: proprio la guerra è stata essenziale per rivitalizzarlo.

Consideriamo ora la prima, che la guerra è essenziale perché sono proprio i talebani ad alimentare il terrorismo islamico.

Massimo Fini (articolo non pubblicato, 19-03-07): “Panebianco afferma che un ritiro delle truppe occidentali, e quindi un successo dei Talebani, significherebbe darla vinta al terrorismo. Si può pensare quello che si vuole dei Talebani [...], ma in nessun modo si può scambiare il loro movimento con un movimento terrorista. Ebbero il merito di sconfiggere i ‘signori della guerra’ che, dopo la sconfitta sovietica, spadroneggiavano in Afghanistan, ammazzando, taglieggiando, rapinando, rubando, stuprando, e di riportare la legge e l’ordine, sia pure una dura legge e un duro ordine, nel Paese. Ed ebbero l’appoggio della stragrande maggioranza della popolazione. [...] Non c’era un solo afgano nei commandos che attaccarono le Torri Gemelle, e non è stato trovato un solo afgano nelle cellule, vere o presunte, da Al Quaeda. Gli afgani, talebani o no, sono dei guerrieri, crudeli e feroci anche, ma alla loro cultura è estraneo il terrorismo, tanto più quello kamikaze. Nei dieci anni di guerra contro l’Unione Sovietica, pur in una lotta impari, non si è registrato un solo atto di terrorismo, né dentro l’Afghanistan né fuori. E se dal 2006 hanno cominciato anche loro ad utilizzare questi mezzi arabi, ‘iracheni’, è per l’esasperazione e la frustrazione di trovarsi davanti combattenti che non combattono, ma macchine, come gli aerei Predator e Dardo muniti di micidiali missili ma senza equipaggio perché pilota, copilota e bombardiere se ne stanno comodamente seduti davanti ad una consolle a Nellis nel Nevada. Peraltro questi atti, se si raffronta la situazione afgana con quella irachena, sono ancora sporadici perché il mullah Omar è contrario ad attacchi “che colpiscono innocenti” (sono parole sue) e ha già degradato una volta Dudullah per esservi ricorso, così come rinunciò a colpire i seggi durante le elezoni-farsa del 1° settembre 2005 perché, come fece dire ad un suo portavoce, “il rischio di colpire civili è troppo alto”. Poi le esigenze della guerra contro forze occupanti così superiormente armate hanno preso il sopravvento (il settore dove i Talebani hanno riscosso il maggior successo è proprio quello comandato da Dudullah). La colpa dei Talebani è di essersi trovati in casa, al momento dell’attacco alle Torri Gemelle, Bin Laden, che peraltro era stato messo lì e foraggiato dagli americani in funzione antisovietica. Ma questo ricchissimo ed ambiguissimo califfo saudita era un problema anche per loro. Tanto è vero che quando Bill Clinton propose ai Talebani di ucciderlo si dimostrarono disponibili. Il braccio destro di Omar, Wakij Ahmed, incontrò segretamente due volte, il 28 novembre e il 18 dicembre del 1998, Bill Clinton e gli propose di fornirgli le coordinate esatte del luogo dove si trovava Bin Laden. Ma la responsabilità, spiegò Wikij, dovevano assumersela gli americani, lasciando fuori il governo di Kabul, perché Osama aveva costruito ospedali, scuole, strade, ponti, godeva quindi di grande prestigio fra la popolazione che non avrebbe accettato la sua uccisione per mano talebana. Ma all’ultimo momento Clinton, che pur aveva preso l’iniziativa, rinunciò. [...] Non è più una guerra talebana, è una guerra di popolo, dove i Talebani si mischiano a coloro che talebani non sono mai stati. Questo è quello che abbiamo ottenuto dopo sei anni di un’occupazione non meno vergognosa di quella sovietica: far diventare talebano anche chi talebano non lo è mai stato ed anzi i Talebani li detestava. Davvero una bella performance.

Quindi la guerra non può essere considerata essenziale per contrastare il terrorismo: proprio la guerra è stata essenziale per diffonderlo.

Friday, October 10, 2008

Se l'arretratezza diventa, improvvisamente, una qualità

Dall'intervento di Giulio Tremonti ieri alla Camera dei Deputati, sugli sviluppi della crisi finanziaria.

Ho avuto occasione di dire in questo Parlamento che un carattere proprio del sistema bancario italiano, nel quale si conosce poco, salvo alcune encomiabili eccezioni, la lingua inglese [...], lo hanno in qualche modo preservato, in un suo carattere meno progredito, meno avanzato, meno sofisticato, dagli elementi di crisi che vediamo in altri Paesi europei. Riconosco la convergenza su questa valutazione da parte del mio predecessore, che ha definito più elegantemente il sistema italiano come più robusto, ed è esattamente così.

Dagli tsunami, anche da quelli finanziari, ci si salva con l'ARRETRATEZZA. Gli stili di vita che abbiamo abbandonato, frutto di tradizioni e assestamenti millenari, forse poco attraenti ai nostri occhi, portavano dentro di sè l'invidiabile virtù della SAGGEZZA: erano consapevoli dei LIMITI e dei rischi che l'oltrepassarli comporta. La modernità, al contrario, è una corsa irrefrenabile verso il superamento di ogni limite, in tutti i campi. Se Pistorius può essere considerato da qualcuno un esempio positivo degli straordinari risultati ottenuti da questa galoppata tecnologica-economica (l'handicap che non è più tale, la sconfitta della malattia), la pecora Dolly ne rappresenta per l'immaginario collettivo il lato oscuro.
Dal punto di vista economico, quello attuale è il mondo delle bolle, delle speculazioni, della finanza: a decidere delle sorti dell'economia mondiale non sono le industrie o le nazioni, ma un manipolo di speculatori (altrimenti detti broker, fate caso al potenziale distruttivo che sembra evidenziarsi già nel nome). E' facile sparare ora addosso a questo modello, quando pochi giorni fa stavamo ad inseguirlo. Il punto è che anche l'economia cosiddetta reale, quella legata all'industria e al commercio di beni, è una bolla che prima o poi scoppierà. La crescita illimitata non è infatti che un'illusione, l'Illusione moderna; e non è nemmeno tanto dolce come illusione a ben pensarci. La lepre modernità continua a correre, sempre più velocemente. Le parti del sistema che, per incapacità o debolezze strutturali, non riescono a starne al passo risultano sistematicamente le più solide nel momento in cui le bolle scoppiano e le onde anomale, da noi stessi causate, ci investono. Non sono ancora riuscite ad andare oltre i loro limiti e ad abbandonare le loro stantie abitudini. Ritorno sulle banche italiane: fino a qualche settimana fa sarebbero state considerate un disastro per la loro arretratezza, oggi si scoprono miracolosamente le più solide in Europa (toccando ferro).

Dagli tsunami, quindi, ci si salva con l'arretratezza. Nel 2001 uno tsunami (reale, non mutui ma acqua) sconquassò le terre che si affacciavano sull'Oceano Indiano, causando circa 230000 morti. Tra i pochi abitanti delle coste vicine all'epicentro che riuscirono a salvarsi, ci racconta Massimo Fini, ci furono gli indigeni delle isole Andamane. Il commento finale può suonare profetico, ma no: era solo uno sguardo più onesto di altri.

Le Andamane sono un arcipelago di piccole isole, le più vicine all’epicentro del terremoto verso Sumatra. Sulla parte, diciamo così, “civilizzata” delle Andamane (il sette gennaio vi si doveva tenere addirittura il “Festival del turismo”) i morti sono stati 9.571 e i dispersi 5.801.
Sulle isole più piccole delle Andamane vivono anche alcuni popoli cosiddetti “primitivi”, ma che i tedeschi chiamano, più correttamente, “popoli della natura” perché vivono allo stato di natura e in armonia con essa. Tribù che non hanno mai accettato intromissioni, non solo degli occidentali ma anche degli indiani del cui territorio formalmente fanno parte. Quando si presenta qualche seccatore lo accolgono con archi e frecce e lo mettono in fuga. Hanno riservato questo trattamento anche a un elicottero che, in questi giorni, tentava di atterrare, per portare “aiuti”, su una spiaggia dove, passata la buriana, i Sentinelesi - così si chiama una di queste tribù - se ne stavano tranquillamente seduti. [...] La situazione è tale che lo stesso governo indiano ha, intelligentemente, vietato, per legge, di prendere contatto con queste popolazioni. Ogni tanto un funzionario del governo di Nuova Dehli si reca da loro, in visita, compie il rituale scambio di doni e poi se ne va. Questi contatti molto saltuari li accettano, ma, come ha scritto Viviano Dominici, “sono decisi a tenersi lontani da tutti e ogni volta che qualcuno tenta di sbarcare nel loro piccolo mondo loro lo respingono a frecciate”.
Ebbene fra questi “primitivi”, benché siano stati investiti dal maremoto con molta più violenza dei più lontani indiani della costa, dei thailandesi, dei cingalesi, non c’è stato nemmeno un morto. La ragione è molto semplice e la spiega una responsabile della Croce Rossa, la dottoressa Namita Ali: “Sono più furbi dei cosiddetti civilizzati: conoscono l’oceano, non costruiscono le abitazioni sulla spiaggia ma sulle colline”. E quelli che stavano sulle rive, per qualche loro faccenda, appena hanno visto il mare ritirarsi sono scappati sulle alture.

Sono cose che dovrebbero far meditare. Invece mi pare che la grande macchina delle sottoscrizioni internazionali, globali, sia presa soprattutto dall’ansia di ripristinare al più presto la situazione di prima, di ricostruire, di ricreare quei Paradisi artificiali, come se volessimo cancellare e rimuovere un incubo senza farsi troppe domande sul perché lo abbiamo vissuto. E senza rendersi conto che la potente onda di quel denaro potrebbe rivelarsi, alla lunga, più devastante di quella dello Tsunami.


(da Il Gazzettino, 8 gennaio 2005)

Saturday, September 06, 2008

I benefici della crisi economica

La gente che ritorna a comprare il latte in fattoria, portandosi da casa la bottiglia.
I ragazzi che ritornano a lavorare nei campi, che ritornano a imparare l'arte della pesca, in mare, in laguna.
Gli amici che si accordano per andare in macchina assieme, che prendono su una macchina solo.
Comprare meno vestiti. Tornare a farli da sé, i vestiti.
I mercatini dell'usato che vanno alla grande, il riutilizzo che non inquina e nobilita gi oggetti.

Tutti con meno soldi, per vivere meglio. Dove non ci si arriva con la testa, ci costringerà la necessità.


P.S.: un articolo da MZ: Meno crescita? Meglio
PSSSSSS: i politici non si accorgono di nulla, i politici non si accorgono di nulla!

Thursday, July 17, 2008

"Do you know Veltroni?"

Mi ritrovo a scrivere sul blog di Giorgio Dell'Arti, ma questa volta in risposta ad una risposta di Sergio Romano ad una lettera di un lettore. Ok, è complicato. I temi son sempre quelli. Ma mi piace il paragone sportivo che c'ho buttato dentro. E la frase finale.


Mi vien da chiedermi di che Paese parli Romano. Un'opposizione alleata con i giudici per ribaltare i risultati elettorali? A sinistra dei giudici hanno più paura di Berlusconi! D'Alema, Fassino, Visco, Castagnetti, Del Turco, per non parlare di Mastella. Gente che associa il riformismo alla lotta al giustizialismo (ossia alla giustizia, cominciamo a chiamare le cose con il loro nome). Il problema non è la lotta della magistratura contro Berlusconi: è la lotta in corso tra magistrati e casta politica. E' una lotta tra due poteri che dovrebbero essere indipendenti. Scriveva Thomas Jefferson nel 1782: "Ciò per cui abbiamo combattuto non era un dispotismo elettivo, ma un tipo di governo che non soltanto si basasse su dei fondamentali principi di libertà, ma tale che in esso i vari poteri fossero così ben ripartiti ed equilibrati fra i vari organi che nessuno di essi potesse varcare i propri limiti costituzionali, senza che gli altri potessero intervenire a controllarlo e fermarlo." Ora, quale dei due poteri, politico e giudiziario, varca costantemente i limiti territoriali per difendere i propri interessi? Chi varca i limiti sanciti dalla Costituzione? Chi invece sta cercando di controllare e fermare chi abusa del suo potere? Davvero il problema principale dell'Italia è l'eccesso di giustizia (un avviso di garanzia consegnato in tempi sospetti, fughe di notizie), e non piuttosto l'assenza assoluta di giustizia (lentezza dei processi, indulto, prescrizioni, tentativi di vietare strumenti indispensabili per svolgere le indagini quali rogatorie e intercettazioni, tagli dei fondi)? E’ sbagliato processare Berlusconi, pur con prove pesantissime a suo carico (la lettera di Mills la possono leggere tutti)? E’ accanimento politico senza precedenti? E quello contro Craxi cos’era? Forse ci sono processi a carico del primo ministro perché abbiamo un primo ministro che le ha fatte grosse, come tanti prima di lui. E se non le ha fatte così grosse, verrà assolto, come già successo, o riuscirà a mandare in galera qualcun altro al posto suo, come già capitato al fratellino. Quando è scoppiata Tangentopoli il paese ribolliva di indignazione, oggi i pochi che si indignano passano per violenti che insultato il capo dello Stato e il papa. Un paese che sta perdendo il senso civico, l’abitudine alla partecipazione, la capacità di criticare. E qua il problema sta in un terzo potere, il più importante forse di questi tempi, il potere di controllare l’informazione; non c’è bisogno di dire se siano politici o magistrati a controllare i media.

Romano, e non solo lui, vorrebbe che un’elezione valesse per un’assoluzione. Il popolo ti ha indicato come migliore governante possibile, sei al di sopra del bene e del male, governaci. Non dovrebbe essere così. Faccio un esempio prendendo spunto dalle odierne notizie di sport. Tutti noi ci eravamo un po’ infatuati di questo Riccò. Se avessimo potuto votarlo per rappresentare l’Italia alle Olimpiadi l’avremmo votato in massa. Quando le notizie di controlli su di lui son filtrate (Romano direbbe che qualcuno ha chiuso gli occhi mentre informazioni riservate escono dai suoi uffici) Riccò ha berlusconianamente detto “vogliono rovinare la mia immagine”, e i tifosi han pensato “beh è fisiologico per lui avere l’ematocrito alto, i controlli dimostreranno che non c’è niente”. Oggi scopriamo (in attesa delle controanalisi, ma di solito è attesa vana) che Riccò aveva davvero barato, e giustamente stamattina “la folla lo copriva di fischi e insulti”. Questo significa avere senso etico e capacità di indignarsi. Se uno sbaglia, che paghi. Ci si sta male, ma bisogna saper condannare i comportamenti illegali anche se a commetterli è una persona che ci piace. Purtroppo in Italia ormai anche se si ascoltano le intercettazioni e si leggono le sentenze si fa finta di non sentire e non vedere. Come quei tifosi juventini che ancora hanno il coraggio di difendere Moggi. Nelle altre democrazie liberali, che immagino piacciano molto a Romano, e non solo a lui, i politici “perseguitati” dai giudici si dimettono, o vengono cacciati, non cambiano le leggi distruggendo il sistema giudiziario per evitare la galera, e i popoli si indignano forse un po’ di più.

Romano, e non solo lui, vorrebbe una paese più governabile, vorrebbe sciogliere i lacci che imprigionano l’economia. Per il paese più governabile, basterebbe far venire meno, se possibile, qualche altro presupposto della democrazia liberale, dopo l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Magari saltare a piè pari qualche altro fastidioso vincolo costituzionale. La democrazia russa mi risulta un buon esempio di governabilità, ma anche Hitler, quando vinse le elezioni, riuscì nell’intento di rendere più governabile il paese. Il dispotismo elettivo che Jefferson temeva è ottimo per chiunque desideri una buona governabilità. Per quanto riguarda i lacci che imprigionano l’economia, prendendola da un punto di vista liberale, il problema più grosso è, ancora, la corruzione dei politici e gli intrecci di affari che legano politica, economia e mafia, facendo dell’Italia un paese senza vera concorrenza, in cui fare investimenti è rischioso e comportarsi onestamente lo è ancora di più.

Magari Romano, ex-ambasciatore, teme che un arresto di Berlusconi potrebbe compromettere la credibilità internazionale dell’Italia. Da sette mesi vivo in Belgio, e non c’è studente, pensionato o lavoratore, che sia di sinistra, liberale o nazionalista/separatista, che non mi faccia le solite tre domande sull’Italia (ovviamente dopo averne lodato i paesaggi e l’arte): 1 – Com’è possibile che abbiate ancora la mafia? 2 – Com’è possibile che Napoli sia sommersa dai rifiuti? 3 – Com’è possibile che Berlusconi sia ancora primo ministro? “He’s a criminal” aggiungono inevitabilmente, plagiati evidentemente dalle campagne denigratorie della sinistra europea, o dai magistrati italiani che si fanno pubblicità all’estero. E le domande non sono sempre in questo ordine. E’ chiaro che non si può rispondere ad una delle domande senza rispondere alle altre. Ma quella su Berlusconi cerco di schivarla: “Te non hai visto quelli che stanno dall’altra parte. Do you know Veltroni?”


Tuesday, July 08, 2008

Piccoli sofismi di un'Italia che fa paura

L'altro ieri ho commentato una puntata de "Il fatto del giorno", rubrica della Gazzetta, dal titolo Una Lewinski tra noi?, sul blog tenuto dall'autore Giorgio Dell'Arti, il quale ha pubblicato il mio commento bollandolo come "violenta contestazione al sottoscritto". Potete leggerlo sul blog stesso. Al che ho scritto questa risposta, che ho inviato stralciando la parte in rosso:

Caro Giorgio Dell’Arti,

la mia certo è una contestazione, ma di sicuro non è violenta né è contro la sua persona. E’ una critica, forte e accalorata, ma motivata mi pare, a quello che lei a scritto su “Il fatto del giorno” del 4 luglio 2008, e ad altre sue idee esposte in precedenza. Dov’è la violenza? Dov’è l’attacco alla sua persona? Casomai c’è un attacco alle sue idee, ma supportato da ragioni ben esplicitate: si chiama dialettica. Bollare ciò come “violenta contestazione al sottoscritto” (quando ciò non è vero) senza rispondere nel merito della contestazione è reazionario, è un metodo furbetto per screditare ciò che dico prima ancora che venga letto. E’ un esempio di quella prassi così tipica nella nostra penosa classe dirigente, incapace di rispondere nel merito alle critiche perché impossibilitata a difendere comportamenti indifendibili, e che quindi fa ricorso a frasi come “intollerabile attacco alla persona”, “vergognoso e irresponsabile comportamento”, “si abbassino i toni” e via dicendo. Bondi, ad esempio, deve avere un vademecum di questo tipo di frasi.
Con questo non voglio dire che doveva rispondermi nel merito, immagino bene avrà di meglio da fare, e la ringrazio comunque per aver pubblicato il mio commento, ma mi spiace non poter accettare che lo stesso venga bollato come un violento attacco alla sua persona.

Con stima (che rischia di affievolirsi),

Marco Matteazzi

Monticello Conte Otto (VI)


Neache a farlo apposta, oggi il sito del Corriere della Sera ci dà una sfilza di esempi di applicazione del suddetto metodo furbetto:


TITOLONE: "Insulti e attacchi in piazza. Grillo: «Napolitano dorme»"

Altro titolo: "La Guzzanti insulta la Carfagna"

Ancora: "Guzzanti&Grillo: fiera del turpiloquio"

Poi vai a leggere: "Messi in conto gli attacchi contro Berlusconi e il Pd, arrivano anche quelli - attesi, ma scongiurati fino all'ultimo - contro Napolitano: «Fino ad ora il Quirinale ha firmato tutto, compresa l'aggravante razziale. Speriamo che la smetta».
[...]

Pesantissimo l'intervento di Sabina Guzzanti, che ha preso di mira - oltre che Berlusconi - il ministro Carfagna e persino il Papa. «Tra 20 anni Ratzinger sarà morto e sarà all'inferno, tormentato da diavoloni». E sulla Carfagna: «Io non sono moralista, non mi interessa la vita sessuale di Berlusconi, ma non può diventare ministro delle Pari opportunità una persona che ha fatto prestazioni sessuali al presidente del consiglio», ha detto citando una intercettazione a sfondo sessuale «di cui in Italia non si ha traccia ma che è comparsa sul giornale argentino El Clarin».

Qua il video della Guzzanti. Mazza che turpiloquio, che pesantezza. Ma lo sanno che la Guzzanti fa satira? E sanno cos'è la satira? Certo se non sanno cosa vuol dire "insulto" non possono sapere cosa significhi "satira". Giornalisti del quotidiano più venduto d'Italia. I più venduti d'Italia.

Qua il video di Grillo. Grandi attacchi, grandi insulti, come ben potete vedere. D'altra parte tutti media già si erano scagliati contro Grillo, qualche mese fa, perché aveva pesantemente insultato Napolitano: "Morfeo", era l'epiteto in questione. Cazzo!

Non son riuscito bene ad individuare a quale categoria di fallacie argomentative appartenga questo odioso giochetto. Si esagerano in ottica negativa alcuni passaggi del discorso dell'oratore, accusandolo di volgarità e sottointendendo una sua cattiveria di fondo, facendo così in modo che delle sue tesi non si parli proprio. E' un argomento distrattivo, sposta l'attenzione. Infatti mai che sui media nazionali si parli dei TEMI trattati da Grillo, Travaglio, Guzzanti, Luttazzi. Si sposta l'obiettivo dal problema denunciato a chi lo denuncia. E' un metodo semplicemente ODIOSO e degno del REGIME MEDIATICO in cui ci troviamo a vivere. Che viene poi ulteriormente potenziato in efficacia dal cosiddetto argumentum ad nauseam: più volte si ripete una stessa cosa, più la gente tenderà a darla per vera. Ed è proprio così che le casalinghe e le nonne (senza mancare di rispetto, si intenda) finiscono poi col dire "quel Grillo, non fa altro che offendere". E il problema sollevato da Grillo è felicemente eliminato.


Monday, July 07, 2008

Frasi della settimana

Ciò per cui abbiamo combattuto non era un dispotismo elettivo, ma un tipo di governo che non soltanto si basasse su dei fondamentali principi di libertà, ma tale che in esso i vari poteri fossero così ben ripartiti ed equilibrati fra i vari organi che nessuno di essi potesse varcare i propri limiti costituzionali, senza che gli altri potessero intervenire a controllarlo e fermarlo.

Thomas Jefferson, Appunti sullo Stato di Virginia, 1782

Con Berlusconi stiamo diventando parte dello show mondiale. Prima eravamo degli sfigati.

Flavio Briatore, da Breviario di La Repubblica del 7 luglio 2008

- Tornando a Di Pietro. Era meglio per il Pd non allearsi con lui?
- Io dissi allora, siamo riusciti ad andare soli e male accompagnati, non l'ho condiviso.

Rosy Bindi, intervistata su La Repubblica del 7 luglio 2008

Ieri la coalizione a guida USA in Afghanistan ha bombardato nell'Est del Paese quelle che ha definito "basi di militanti". Per le fonti locali sotto le bombe sarebbe finito invece un corteo nuziale, e i morti civili e bambini. Gli USA hanno smentito: "Non abbiamo notizie di vittime civili".

da La Repubblica del 7 luglio 2008

I mutui americani ad alto rischio sono stati "impacchettati" in titoli di debito e disseminati nei mercati di tutto il mondo attraverso prodotti finanziari sempre più complessi tanto che gli stessi banchieri, alla fine del processo di "lavorazione", non sono stati in grado di capire cosa ci fosse realmente dentro.

Osservatorio Finanza Etica, da La Repubblica del 7 luglio 2008

Nei salotti televisivi chi ragiona di sicurezza e giustizia spesso non sa di cosa sta parlando. Si discute di certezza della pena, mentre in realtà in Italia, di certo, c’è solo la certezza dell’impunità

Antonio Manganelli, Capo della Polizia, intervistato da Il Giornale di Vicenza il 2 luglio 2008

Wednesday, June 18, 2008

Mario Rigoni Stern (1921-2008)

Scrive Goffredo Fofi su "Il Sole 24 Ore" riguardo Mario Rigoni Stern:

I suoi libri e articoli sugli animali e sulle piante sono stati dettati da una conoscenza diretta e da un rapporto continuativo con la natura, che passava però attraverso la vita degli uomini, i modi in cui gli uomini hanno interagito con le piante e con gli animali. Con questi ultimi, anche attraverso la mediazione e l'esperienza diretta della caccia. [...] naturalmente si trattava per lo scrittore veneto di un modo d'intendere la caccia nel quadro di una cultura (e di una necessità) che nulla hanno a che fare con quelli di oggi, che egli per primo detestava.
Uomini, boschi e api, Il libro degli animali, L'Arboreto selvatico sono ricchissimi di ricordi, d'incontri, di vicende, di situazioni che hanno al loro centro un rapporto antico con la natura, avvilito o distrutto dalla modernità. Di questo Rigoni Stern ha molto sofferto, ma ha anche reagito molto, lottando contro i modi in cui l'uomo ha voluto intervenire sulla natura in nome di un progresso ottusamente distruttivo.

Chi di voi mi conosce, o mi legge ogni tanto, si accorgerà forse della forte assonanza tra la poetica di Rigoni Stern come la descrive Fofi e la mia prospettiva sul mondo (il mio punto di vista sulla città, come si dice sotto al titolo del blog riprendendo un'espressione di Liebniz). L'influenza di Mario Rigoni Stern è stata infatti forte come solevano essere le sue parole, e mi si è trasmessa non attraverso i libri (ho letto solo "Il sergente nella neve") quanto attraverso gli articoli e le interviste che lo riguardavano, trovati periodicamente su "Il Giornale di Vicenza".
In particolare, a significativo esempio, mi colpì quando, parlando del lavoro dei tagliaboschi, disse che tenere in vita questo mestiere (volutamente non uso il termine "professione") era fondamentale non solo per i lavoratori o per tenere vive antiche tradizioni ma per la sopravvivenza stessa dei boschi dell'Altopiano, che del lavoro e della cura dell'uomo necessitano. Per Rigoni Stern un doppio legame di necessità lega la natura e il lavoro dell'uomo, un legame antico: l'uomo senza natura è, per l'appunto, snaturato, e la natura, senza l'uomo, diventa un luogo brutto e ostile, insicuro e instabile, un "locus amenus et horridus". Un legame forte che nei secoli ha reso l'Altopiano e i suoi abitanti un micromondo unico, stabile, armonico, autosufficiente. Micromondo che si sta perdendo, sopraffatto da quella modernità cui aveva resistito fino alle guerre mondiali. Sconfitto sì dall'avanzare della speculazione immobiliare e delle piste da sci, ma soprattutto dalla diffusione inesorabile della mentalità moderna, di cui le colate di cemento non sono altro che un'inevitabile conseguenza.
L'Altopiano era in EQUILIBRIO. Le generazioni si succedevano mantenendo intatte sapienze, culture, mestieri, in una vita comunitaria fondata su valori semplici e legata ai ritmi della terra. Il PROGRESSO che vi è arrivato, invece, già nella parola indica uno SQUILIBRIO: quello dell'Altopiano dei giorni d'oggi, emblematico esempio delle sorti a cui la modernità ci ha portato globalmente.

Ricordo una sua immagine da un'altra intervista, che vorrei citare ma il ritaglio è in Italia e io sono in Belgio. Rigoni Stern raccontava che fino al secondo dopoguerra, quando si arrivava dall'Altopiano all'inizio del Costo per scendere a Vicenza, dai mille metri di altezza si apriva lo spettacolo della pianura padana e del mare, con le colline beriche ed euganee e le città e i paesi, che l'aria limpida permetteva di godere nella sua splendida interezza. Negli ultimi cinquantanni una coltre di fumo e foschia ha ricoperto la pianura, impedendone a volte addirittura la visione. Diceva Rigoni Stern, che quella coltre grigia che si era formata negli anni era il prezzo che avevamo pagato per il nostro "benessere".

Ora hanno fatto una nuova pista da sci, a 1400 metri al Passo di Vezzena, in una piana magica che Rigoni Stern magicamente descrisse nei suoi racconti. Uno degli ultimi micromondi almeno parzialmente inviolati rimasti dalle nostre parti. E nuove piste da sci, appena sopra i mille metri (lo sa questa gente che non nevica più a quelle altezze? Sì, ma l'importante è che nevichino i finanziamenti statali per costruirle) nella zona dei Fiorentini dall'altra parte della Valdastico.
Nel mio cuore, quella pista da sci costruita in Vezzena, che pure non ho ancora visto, è una ferita che sanguina giorno dopo giorno. Perché, in un certo senso, nulla sarà più come prima: la piana era la meraviglia che era proprio per il fatto che non ci fosse null'altro che pascoli, boschi e montagne. Un albergo spesso vuoto, una trattoria (in passato erano due, ma i tempi cambiano e mentre crescono piste da sci le trattorie, in montagna, chiudono), una chiesa e quattro case. E poi malghe, vacche, funghi e caprioli. La pista da sci e il suo cemento sono uno sfregio portato in pieno viso a tutto questo. Vezzena era un posto per passeggiare d'estate, e d'inverno era perfetto per chi volesse esplorare i boschi in sci da fondo. Su quel bosco dove ora c'è la pista andavamo a raccogliere i porcini, e ai confini del bosco, dove ora c'è la biglietteria e la base dell'impianto di risalita, tante volte avevamo visto i caprioli pascolare al tramonto. Magari i caprioli passeranno lo stesso, ma non sarà più come prima, e davvero fatico a spiegarlo a chi è contento che una nuova pista da sci colleghi finalmente Vezzena a Lavarone. Per questo il rimpianto è ancora maggiore, che non ci sia più una voce come quella di Mario Rigoni Stern a far capire meglio.

Thursday, March 27, 2008

Solidarietà pelosetta

Pubblico un estratto da un articolo di Franco Perlotto pubblicato su "Il Giornale di Vicenza" il 25 marzo 2008.
Perlotto, vicentino, prima che cooperante in operazioni umanitarie fu alpinista di spicco: fece parte con Alessandro Gogna (di cui già vi ho parlato) e Marco Preti della prima memorabile ascesa italiana all'impressionante via Salathé al Capitan, nella Yosemite Valley, in California, tre giorni e mezzo di parete verticale, appesi nel vuoto sotto il sole cocente. La Salathé era considerata a quei tempi (1978) la via più difficile al mondo, ed era affare quasi esclusivo dei californiani, avanti anni luce nelle tecniche e nella filosofia dell'arrampicata libera. Passata metà della salita, quando era ormai impossibile tornare indietro, Gogna ebbe una forte crisi di sete dovuta al fatto che non avevano portato acqua a sufficienza, e i tre rischiarono seriamente di rimanerci.
Perlotto è autore, oltre che di diversi libri di alpinismo, di "Un mondo, mille guerre", in cui si testimonia come nel mondo della cooperazione internazionale "dietro intenti ufficiali di solidarietà" si nascondano "strategie che spesso aumentano lo scollamento tra popoli ricchi e popoli poveri".

Ci furono anni in cui partire per fare il volontario nei paesi poveri era una decisione dettata dal cuore, dalla volontà di portare un po' di aiuto a chi soffriva davvero.
In quei tempi, non così lontani dai nostri, i volontari erano tra i pochi a dare una mano ai più sfortunati. Dedicavano un paio d'anni della propria esistenza a soccorrere il prossimo. Qualcuno anche tutta la vita. Poi invece gli aiuti ai paesi poveri furono istituzionalizzati e la burocrazia e le sigle andarono a sostituire ogni spirito di volontariato.
I paesi poveri si chiamarono Paesi in via di sviluppo, gran parte delle associazioni di volontariato divennero Organizzazioni non governative, i volontari si trasformarono in operatori di cooperazione, cooperanti. Ma perché tanto interesse a regolamentare fino alla paranoia il volontariato internazionale? I governi del nord del mondo stavano investendo svariati quattrini per le operazioni umanitarie e si stavano inserendo dove, fino a una quindicina d'anni prima, arrivava soltanto la carità dei singoli. Carità di stato dunque, ma a che prezzo? Perché tanta importanza ai poveri? Da un lato faceva piacere scoprire la mobilitazione del mondo ricco in aiuto dei meno abbienti, ma anche al più ingenuo degli idealisti veniva da chiedersi quali fossero gli interessi.
Non si trattava dunque di cinismo da quattro soldi quella frase del coordinatore della cooperazione italiana in Brasile: «Io sono qui per creare degli equilibri».
Ecco dunque apparire la vera faccia dell'aiuto umanitario di stato. Nei rapporti politici bilaterali l'aiuto viene usato dai paesi ricchi come merce di scambio. Un ospedale, una operazione di escavazione di pozzi, una campagna contro la lebbra vengono messi sulla bilancia per ottenere concessioni estrattive, commerci semplificati, facilitazioni per l'insediamento di industrie. Normalmente, quando non c'é una presenza diretta dei governi, chi opera nei Paesi in via di sviluppo sono le Organizzazioni non governative.
Spesso si tratta di associazioni di volontariato, qualcuna legata all'ideale cristiano di carità, qualcun'altra in sintonia col concetto di solidarietà nato intorno al sessantotto. Ma la maggioranza delle associazioni hanno chiesto ed ottenuto il riconoscimento per attingere ai fondi pubblici per la realizzazione dei progetti. Sono quindi diventate organizzazioni non governative. L'organismo opera il programma sul territorio e chiede il finanziamento allo stato o alle comunità di stati. Ma a livello diplomatico, la sovvenzione prima o poi va a pesare nei rapporti tra i due paesi.
Le ambasciate occidentali sono costantemente al corrente dei progetti che i propri governi finanziavano alle associazioni di volontariato e ne utilizzano pesantemente il prezzo sociale e politico.
In Brasile, ad esempio, l'ambasciata italiana teneva in bella vista nell'ufficio commerciale una mappa con tante bandierine colorate, dove a colpo d'occhio si poteva avere la situazione dei vari tipi di intervento sul territorio: il programma finanziato alle Ong, il programma affidato ad una Ong o il programma gestito direttamente.
Ecco dunque che la colonizzazione dei paesi del sud del mondo, creduta morta per sempre, persiste in una forma più subdola. Si aiutano i paesi poveri per facilitare gli interessi dei paesi ricchi. Spesso, per riuscire ad arrivare per primi a salvare i diseredati, gli stati d'occidente s'affrontano in vere e proprie battaglie diplomatiche. Ma colui che opera nel volontariato internazionale non ne è del tutto estraneo o inconscio. La maggioranza dei volontari che lavorano per conto delle associazioni sono veri e propri professionisti che operano nell'ottica del mantenimento del posto. Non tutti certamente.
Una piccola minoranza è ancora legata alla meravigliosa idea di solidarietà, altri invece erano dei veri e propri avventurieri. Quest'ultimi rimangono sul progetto per poco tempo, quei sei mesi sufficienti per sentirsi qualche pallottola sfiorare il cranio. [...]
Le stesse associazioni, spesso sotto la lustra etichetta della solidarietà, non sono altro che agenzie di collocamento alle quali mendicare un posto di lavoro. Alla fine degli anni Novanta a Nairobi, ad esempio, crocevia degli aiuti per quasi tutta l'Africa, il movimento dei volontari era vorticoso. La presenza di tante Ong sul territorio, dei vari uffici umanitari e del quartiere generale dell'Onu, avevano fatto della città un crocevia per il volontariato professionale.
La paga iniziale si aggirava sui mille e cinquecento euro al mese, che poteva salire intorno ai tre per coloro che avevano incarichi dirigenziali. Per chi aveva già avuto un mandato in Africa era abbastanza facile farsi riciclare su un altro progetto, anche da un'altra Ong. Ecco dunque un mondo sommerso che sotto la parvenza della solidarietà gestiva un vero e proprio mercato del lavoro. Entrarci per la prima volta non era poi così semplice.
Se un volontario partiva dal nord del mondo con il suo bagaglio di idealismo e di voglia di fare qualcosa di utile, si poteva trovare emarginato sul posto di lavoro, qualora non fosse entrato nei parametri che via via erano andati a crearsi.
Si erano viste delle zuffe vere e proprie pur di mantenere una posizione di supremazia o per conservare un posto importante all'interno di un progetto. Ecco dunque che architetti, infermieri, ragionieri, medici che nulla avevano a che fare con il volontariato in quanto erano dignitosamente pagati, saltavano di progetto in progetto a gestirsi la loro fetta di lavoro. Persone che, dopo tanti anni che vivevano da un paese all'altro, da una guerra all'altra, non avrebbero più saputo inserirsi nel proprio paese d'origine.
Non sapevano fare altro che rincorrere gli instabili progetti che le Ong gestivano quando i governi occidentali non volevano figurare in prima persona. Nuovi avventurieri per una nuova conquista, non dissimili dai conquistatori al seguito di Cortez o dai pionieri dell'ovest americano.
Il concetto subdolo di quel tipo di intervento umanitario feriva non soltanto la libertà dei popoli che venivano condotti verso la schiavitù nei meccanismi controllati dai paesi più ricchi, ma anche coloro che credevano davvero nella solidarietà e che spesso aiutavano gli organismi con supporti economici.
Pur essendoci qualche associazione che operava per lo sviluppo dei popoli con disinteressato intento filantropico, la grande macchina degli aiuti internazionali era una torta che faceva gola ai più. Facevano sorridere dunque i sottili e sofisticati distinguo tra operazioni umanitarie armate o civili. I risultati erano gli stessi.
La solidarietà di stato non è mai esistita. Spesso maschera soltanto l'ignobile sciovinismo dell' "aiutiamo i poveri a casa loro prima che ci vengano tra i piedi". Più sovente maschera la nuova colonizzazione.
In Albania, per esempio, quello che non era riuscito a fare il fascismo, forse si era completato nei giorni degli aiuti mondiali, con o senza i militari, con o senza gli interventi degli italiani. Lo sviluppo del sud del mondo interessa ai governi d'Occidente. Con lo sviluppo dei paesi poveri ci saranno nuovi mercati da esplorare, ci saranno nuove possibilità economiche per l'occidente.
Certamente questo interesse può essere di tornaconto ai paesi in via di sviluppo. Ma non si chiamino questi interventi né solidarietà né carità. Non si chiami più col nome di volontario l'operatore di cooperazione. Il cooperante è un mestiere tutto sommato molto interessante. A me piace, soprattutto ora che tutto è molto più chiaro in quanto lavoro nella cooperazione di stato. Se sempre accade che solidarizzo con la gente dove vado, con i beneficiari dei programmi dove opero, questo è un piacere tutto mio e nient'altro.
Sono cosciente che alle spalle c’è tutt' altro ed è comunque un mio dovere avvisare sempre la gente che riceve i nostri progetti di ciò che può significare per loro in termini di libertà globale.

Franco Perlotto, Nairobi, Kenya.
Pubblicato su "Il Giornale di Vicenza" il 25/03/08.

Thursday, March 20, 2008

Sull'elaborazione di un'idea della malattia e della morte

Proseguendo il discorso iniziato con Cesko a commento del post precedente, riguardo al predominio della tecno-scienza, nella quale la tecnologia abbatte le barriere senza troppo preoccuparsi del senso e delle conseguenze, sulla scienza pura, che invece non può slegarsi da una visione filosofica più ampia...

Ugualmente preoccupante (e strettamente collegata) è, a mio avviso, la perdita dell'accettazione della malattia come inevitabile condizione umana. Non si concepisce più di poter essere malati, la malattia, e la morte come malattia suprema, sono temi rimossi dalla società contemporanea. Addirittura ci sono persone che non riescono ad andare ai funerali (un rito vecchio quanto l'uomo, necessario per comprendere, elaborare e superare insieme alla comunità di cui si fa parte un lutto doloroso) tanto l'idea della morte è diventata spaventosa e inaccetabile. La rimozione collettiva delle idee di malattia e di morte, nella società del packaging e dell'immagine, ce li rende concetti tabù, da nascondere, da non pensarci. "Non sta farmici pensare va'". Ma l'elaborazione di un'idea della malattia e della morte è necessaria, oltre che per soffrire e morire bene, soprattutto per vivere bene. Le religioni stesse non sono altro che una risposta a questo. Nella società occidentale l'umana necessità di saper pensare malattia, dolore e morte, e di conviverci con un minimo di serenità, non solo non è più soddisfatta (alla base, a mio parere, ci sono ancora una volta motivazioni legate al modello economico consumista), addirittura non viene più riconosciuta.

E' utile oltre che interessante avere la possibilità di vivere accanto a degli animali. Per noi è sorprendente vedere come le malattie e la morte facciano parte della loro vita in un modo così naturale. Osservandoli credo possiamo imparare molto. Il gatto zoppo, quello cieco, la mucca con i tavaroni delle vespe, il piccione senza dita, la gallina spennata. Ricordano i personaggi delle fiabe popolari: lo storpio, il tignoso, il cieco, il sordo, lo scemo... Ora addirittura si ha paura ad usare quei nomi: il cieco è un non vedente, il sordo è un non udente, il sordomuto è un sordoprelinguale o preverbale, lo storpio un disabile. Se ci fate caso, tra l'altro, quelli attuali son quasi tutti termini che contengono una negazione ("non", "dis"), quasi che, pur di nascondere la malattia, si vada a porre l'accento sulla negazione della condizione di normalità. Ma questo è ben peggio, credo. Come se i malati fossero anormali.

E che nobile dignità nel cane che, sapendo che la sua ora si avvicina, prende e se ne va nel bosco, a lasciarsi morire, in un'epica solitudine. Per chi si batte in nome di un dio perché ai malati terminali si continui a dare alimentazione o respirazione artificiale, contro la loro volontà e contro ogni ragionevolezza: se il vostro dio ha creato il mondo, imparate a guardarla, la sua creazione, le sue creature, pazzi che non siete altro.




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