I benefici della crisi economica 2 - Si riparla dell'inadeguatezza del PIL
Da Massimo Gaggi, Corriere della Sera del 24-10-08.
CRESCITA, DECRESCITA E DITTATURA DEL PIL
C ' era una volta il regno himalayano del Bhutan, il cui sovrano illuminato aveva sostituito il Gross national product col Gross national happiness: un indice della felicità al posto del Pil. Esperimento audace, ma finito un po' in ombra da quando il progresso - sotto forma di tv e Internet - ha fatto calare anziché crescere i livelli di soddisfazione nel piccolo Stato tra le nuvole. Ma siccome, come hanno detto anche politici di epoche e Paesi diversi - da Robert Kennedy a Giulio Tremonti - «il Pil misura tutto meno ciò che rende la vita degna di essere vissuta», l' economia della felicità continua ad avere i suoi cultori mentre, col deterioramento dell' ambiente, gli indici «alternativi» si moltiplicano: dall' Isew (welfare sostenibile) al Gpi (Genuine Progress Indicator). Misurano la ricchezza di un Paese tenendo anche conto della distribuzione del reddito, dell' inquinamento, della diffusione del crimine. L' Onu usa lo Human Development Index nel quale rientrano anche scolarizzazione e aspettative di vita. Poi, però, si scopre che il Paese in testa alla classifica Onu, l' Islanda, è alla bancarotta. Difficile, allora separarsi dal vecchio e caro Pil: ancoraggio tanto rozzo quanto sicuro.
Ma stavolta qualcosa può cambiare, anche in conseguenza del terremoto finanziario che stiamo vivendo. Qualche giorno fa ho partecipato, a Rimini, alle giornate del Centro Pio Manzù: un momento di discussione tra esponenti di diversi Paesi e diversi orientamenti ideologici. Nei dialoghi sulla crisi economica globale e le strade per alleviare la sofferenza dei poveri si sono confrontati personaggi dalle idee opposte: Benjamin Friedman, l' economista di Harvard convinto che la crescita vada perseguita a tutti i costi perché non solo riduce l' indigenza, ma favorisce la crescita civile e democratica di una società, si è visto sbarrare la strada da Serge Latouche, economista e sociologo francese, il teorico della «decrescita serena e conviviale», che ha definito le tecniche «low cost» (prodotti più economici e più concorrenza tra produttori) «un crimine contro l' umanità». Anthony Giddens, l' uomo che ha costruito con Tony Blair la terza via del New Labour, si è, invece, rifiutato anche solo di ipotizzare una crisi del capitalismo: «Non servono nuovi paradigmi, ma nuove regole per far funzionare meglio i mercati. I banchieri in futuro conteranno molto meno, ma questo non verrà deciso per decreto. Capiterà loro quello che è successo a suo tempo ai sindacati inglesi: perderanno la loro rilevanza».
Su un punto, però, tre personaggi così diversi sono d' accordo: «Basta con la dittatura del Pil». Per Latouche è demenziale considerare lo spegnimento di un incendio che distrugge una foresta un aumento di ricchezza e anche Friedman riconosce che lo sviluppo è corretto se si basa su indici che tengono conto anche del costo ambientale delle produzioni. «Bisogna capire che il Pil non è più una misura attendibile del benessere» incalza a sua volta Giddens. Se non è un cambio di paradigma, sembra quantomeno il preannuncio di un cambio di stagione.



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