Mario Rigoni Stern (1921-2008)
Scrive Goffredo Fofi su "Il Sole 24 Ore" riguardo Mario Rigoni Stern:
I suoi libri e articoli sugli animali e sulle piante sono stati dettati da una conoscenza diretta e da un rapporto continuativo con la natura, che passava però attraverso la vita degli uomini, i modi in cui gli uomini hanno interagito con le piante e con gli animali. Con questi ultimi, anche attraverso la mediazione e l'esperienza diretta della caccia. [...] naturalmente si trattava per lo scrittore veneto di un modo d'intendere la caccia nel quadro di una cultura (e di una necessità) che nulla hanno a che fare con quelli di oggi, che egli per primo detestava.
Uomini, boschi e api, Il libro degli animali, L'Arboreto selvatico sono ricchissimi di ricordi, d'incontri, di vicende, di situazioni che hanno al loro centro un rapporto antico con la natura, avvilito o distrutto dalla modernità. Di questo Rigoni Stern ha molto sofferto, ma ha anche reagito molto, lottando contro i modi in cui l'uomo ha voluto intervenire sulla natura in nome di un progresso ottusamente distruttivo.
Chi di voi mi conosce, o mi legge ogni tanto, si accorgerà forse della forte assonanza tra la poetica di Rigoni Stern come la descrive Fofi e la mia prospettiva sul mondo (il mio punto di vista sulla città, come si dice sotto al titolo del blog riprendendo un'espressione di Liebniz). L'influenza di Mario Rigoni Stern è stata infatti forte come solevano essere le sue parole, e mi si è trasmessa non attraverso i libri (ho letto solo "Il sergente nella neve") quanto attraverso gli articoli e le interviste che lo riguardavano, trovati periodicamente su "Il Giornale di Vicenza".
In particolare, a significativo esempio, mi colpì quando, parlando del lavoro dei tagliaboschi, disse che tenere in vita questo mestiere (volutamente non uso il termine "professione") era fondamentale non solo per i lavoratori o per tenere vive antiche tradizioni ma per la sopravvivenza stessa dei boschi dell'Altopiano, che del lavoro e della cura dell'uomo necessitano. Per Rigoni Stern un doppio legame di necessità lega la natura e il lavoro dell'uomo, un legame antico: l'uomo senza natura è, per l'appunto, snaturato, e la natura, senza l'uomo, diventa un luogo brutto e ostile, insicuro e instabile, un "locus amenus et horridus". Un legame forte che nei secoli ha reso l'Altopiano e i suoi abitanti un micromondo unico, stabile, armonico, autosufficiente. Micromondo che si sta perdendo, sopraffatto da quella modernità cui aveva resistito fino alle guerre mondiali. Sconfitto sì dall'avanzare della speculazione immobiliare e delle piste da sci, ma soprattutto dalla diffusione inesorabile della mentalità moderna, di cui le colate di cemento non sono altro che un'inevitabile conseguenza.
L'Altopiano era in EQUILIBRIO. Le generazioni si succedevano mantenendo intatte sapienze, culture, mestieri, in una vita comunitaria fondata su valori semplici e legata ai ritmi della terra. Il PROGRESSO che vi è arrivato, invece, già nella parola indica uno SQUILIBRIO: quello dell'Altopiano dei giorni d'oggi, emblematico esempio delle sorti a cui la modernità ci ha portato globalmente.
Ricordo una sua immagine da un'altra intervista, che vorrei citare ma il ritaglio è in Italia e io sono in Belgio. Rigoni Stern raccontava che fino al secondo dopoguerra, quando si arrivava dall'Altopiano all'inizio del Costo per scendere a Vicenza, dai mille metri di altezza si apriva lo spettacolo della pianura padana e del mare, con le colline beriche ed euganee e le città e i paesi, che l'aria limpida permetteva di godere nella sua splendida interezza. Negli ultimi cinquantanni una coltre di fumo e foschia ha ricoperto la pianura, impedendone a volte addirittura la visione. Diceva Rigoni Stern, che quella coltre grigia che si era formata negli anni era il prezzo che avevamo pagato per il nostro "benessere".
Ora hanno fatto una nuova pista da sci, a 1400 metri al Passo di Vezzena, in una piana magica che Rigoni Stern magicamente descrisse nei suoi racconti. Uno degli ultimi micromondi almeno parzialmente inviolati rimasti dalle nostre parti. E nuove piste da sci, appena sopra i mille metri (lo sa questa gente che non nevica più a quelle altezze? Sì, ma l'importante è che nevichino i finanziamenti statali per costruirle) nella zona dei Fiorentini dall'altra parte della Valdastico.
Nel mio cuore, quella pista da sci costruita in Vezzena, che pure non ho ancora visto, è una ferita che sanguina giorno dopo giorno. Perché, in un certo senso, nulla sarà più come prima: la piana era la meraviglia che era proprio per il fatto che non ci fosse null'altro che pascoli, boschi e montagne. Un albergo spesso vuoto, una trattoria (in passato erano due, ma i tempi cambiano e mentre crescono piste da sci le trattorie, in montagna, chiudono), una chiesa e quattro case. E poi malghe, vacche, funghi e caprioli. La pista da sci e il suo cemento sono uno sfregio portato in pieno viso a tutto questo. Vezzena era un posto per passeggiare d'estate, e d'inverno era perfetto per chi volesse esplorare i boschi in sci da fondo. Su quel bosco dove ora c'è la pista andavamo a raccogliere i porcini, e ai confini del bosco, dove ora c'è la biglietteria e la base dell'impianto di risalita, tante volte avevamo visto i caprioli pascolare al tramonto. Magari i caprioli passeranno lo stesso, ma non sarà più come prima, e davvero fatico a spiegarlo a chi è contento che una nuova pista da sci colleghi finalmente Vezzena a Lavarone. Per questo il rimpianto è ancora maggiore, che non ci sia più una voce come quella di Mario Rigoni Stern a far capire meglio.



2 Comments:
Ciao, sono luca: non mi ricordo più la password con cui mi sono registratro, per cui commento da anonimo
Ti consiglio caldamente di leggere anche gli altri libri di Rigoni Stern, in particolare Storia di Tonle e i libri di racconti, come Uomini Boschi e api, Il bosco degli Urogalli o Arboreto selvatico: io non ho letto il sergente, ma questi li ho letti tutti, alcuni anche due volte, credo che ritroverai la visione del mondo che ti ha affascinato, e in cui anch'io mi ritrovo quasi completamente.
C'è da dire, però, che l'altopiano descritto da rigoni – un luogo armonico e autosufficiente, vissuto da persone che conoscevano e rispettavano l'ambiente che le circondava, e in cui dalle vette più alte si scorgeva la laguna di venezia – era anche un posto in cui regnava una povertà estrema e in cui il difficile equilibrio tra uomo e natura era costruito giorno per giorno con grande fatica e ad un prezzo a volte molto salato: la gente sopravviveva, nel vero senso della parola, in condizioni difficili, strappando alla montagna qualche fazzoletto di terra sufficiente appena a dare da mangiare alla famiglia, oppure guadagnandosi da vivere rischiando la vita per recuperare un po' di ferro dalle tante bombe rimaste inesplose nel corso della guerra; e in tanti scappavano appena potevano.
Ogni volta che si legge qualcosa di Rigoni Stern viene voglia di tornare ad un modo di vita più autentico. Ma oggi avvicinarsi a quel modello di vita non sarebbe possibile nemmeno se tutti si convertissero alle idee di Latouche e della decrescita felice. Il problema, secondo me, è trovare un punto di equilibrio (o un compromesso, intenso nel senso migliore della parola) tra le esigenze di chi nell'Altopiano vuole continuare a vivere e a lavorarci, e la necessità di tutelare un patrimonio ambientale che è di tutti. E qui veniamo alla famosa pista di vezzena. Io quella pista l'ho vista crescere, diciamo così, e la prima reazione è stata la stessa che hai avuto tu: una ferita aperta in uno dei luoghi per me più belli. Adesso che ci ho un po' fatto l'abitudine, devo dire che non è una danno così grave: è una pista piccola, che attraversa uno dei boschi più brutti di Vezzena (il versante nord del Monte Cucco è proprio bruttino), e le strutture come la biglietteria e la partenza dello skilift sono abbastanza imboscate da non deturpare troppo la visuale della piana. Avrei preferito che non la facessero, ma non è una cosa drammatica, e tra un paio di anni sarà “solo” un pezzo di prato in più.
A me sembra che a volte, soprattutto quando si parla di montagna, si tenda a demonizzare qualsiasi tipo di intervento. Alla fine, le piste da sci sono tra i progetti di sviluppo meno impattanti: sulle Dolomiti ce ne sono tantissime, eppure il Civetta o le Pale di San Martino, tanto per fare due esempi a caso, rimangono luoghi meravigliosi. È come se ci fosse un eccesso di tutela, sembra quasi che ci dimentichiamo che una parte della bellezza della montagna deriva anche dalla sua antropizzazione, da quello che l'uomo ha fatto. Oggi ci sono rifugi in cima a tutti i passi alpini, e anche in vetta a molti monti (e intendo proprio in cima, ad esempio se sali sul gruppo del Sella, in cima al Piz Boè, a 3150 metri di quota, trovi un rifugio), e non danno fastidio a nessuno, ma credo che se qualcuno proponesse di costruire qualcosa sulla vetta della Marmolada sarebbe subito sommerso da una marea di proteste. C'è una colata di cemento in cima al monte Grappa, ma nessuno parla dell'ossario come di un eco-mostro (eppure, a ben guardare, non è molto diverso da tanti scempi che vengono denunciati); e anche in questo caso la sua costruzione sarebbe oggi improponibile. Così come sarebbe improponibile, credo, pensare ad un progetto come quello della strada delle gallerie sul Pasubio.
Tutto questo per dire che una pista da sci, in sé, non mi sembra una tragedia. Deve però essere collocata all'interno di un progetto coerente. Quella di Vezzena, invece, è ridicola: cosa c'entra una pista da discesa con lo sviluppo turistico di Vezzena? Che senso ha fare una pista da discesa a 1400 metri, quando nevica sempre di meno? Chi si pensa di attirare con una pistina che al massimo va bene per ragazzini alle prime armi e principianti? La mia preoccupazione è per quello che potrà venire dopo: spero che nessuno pensi MAI di cambiare le regole che limitano le nuove costruzioni, e di dare il via ad una bella lottizzazione attorno al passo (ti immagini il Basson pieno di villette?). E spero che a nessuno venga in mente di collegare le piste di Lavarone e Vezzena a quelle del Verena, magari asfaltando la strada che collega il Basson con Campologno (così come spero che nessuno pensi di asfaltare le strade che dai Larici portano verso il Portule e l'Ortigara), perché questo vorrebbe dire rovinare davvero tutto. E perché se c'è una cosa che mette davvero a rischio la montagna (oltre all'edificazione selvaggia) è la costruzione, o meglio l'asfaltatura e l'apertura al traffico, di nuove strade. Io lo spero, ma sono quasi sicuro che a qualcuno queste idee sono già venute, e che nei prossimi anni vedremo qualcosa del genere.
Scusate per la lunghezza
P. S. In Vezzena, comunque, sono comparsi un altro paio di obbrobri. Gli Alpini hanno ricostruita la chiesetta che c'era una volta di fronte a malga Fratte: il risultato è qualcosa di terribile, con un tetto a spumiglia che sembra più quello di una pagoda cinse che di una chiesetta alpina. E a Luserna stanno costruendo una fabbrica, non so di cosa, proprio all'ingresso del paese: così per chi arriva da Monte Rovere, proprio quando il bosco si apre e si vedono i monti al di là della Valdastico, adesso c'è un bel cubo di cemento armato.
Puoi anche mettere il tuo nome cliccando sotto su name, non serve essere registrati. Poi se ti presenti non sei più anonimo giusto? :)
Per iniziare, tu dici che non bisogna demonizzare ogni intervento umano in un eccesso di tutela, che "sembra quasi che ci dimentichiamo che una parte della bellezza della montagna deriva anche dalla sua antropizzazione, da quello che l'uomo ha fatto". Io sono assolutamente d'accordo, ed era proprio quello che volevo mettere in luce nel mio intervento, spero si fosse capito. Uomo e natura insieme.
Allora qual'è il discorso, se non si tratta di essere contro ogni intervento dell'uomo? La risposta la dai tu nella seconda parte: l'intervento umano in montagna ha già passato i limiti di quanto è necessario per renderla vivibile, all'uomo, la montagna. Si va ben oltre il punto di equilibrio tra uomo e natura. A cosa servono nuove piste da sci? A cosa servono piste da sci (senza neve) a 1000 metri (Fiorentini) o poco più(Vezzena)? A chi servono? Al solito la domanda va rigirata: chi ci guadagna? I padroni dell'albergo, e vabbeh, ma chi ha mai capito che ci fa un albergo così grande lì. Seriamente parlando, ci sono finanziamenti cospicui che piovono, soprattutto in Trentino, se si tratta di costruire nuovi impianti. Non vorrei sbagliarmi, ma mi sembra che lo stato finanzi il 90% della costruzione (in Trentino, sottolineo, nelle altre regioni credo si vada sul 50%, ma vado a memoria per cui prendetele con le pinze). Questo significa che in qualche modo gruzzoli di denaro entrano in giro nella zona (e non sempre nella zona a volte! Comunque soldi che girano). E qua veniamo al grosso della questione: la nostra economia per sopravvivere deve continuare a muoversi, produrre e consumare di più anche quando non è necessario. Parliamoci chiaro: cosa si produce, di nuovo, che sia veramente necessario? Niente più, tutto quello che ci serviva ce l'abbiamo da almeno cinquanta, cento anni, e se non fossimo così rammolliti potremmo dire che ce l'abbiamo sempre avuto. Così per l'edilizia ad esempio: popolazone costante da vent'anni, e si continuano a costruire nuove case, che in buona parte restano sfitte. Ma loro devono continuare a costruire, altrimenti chiudono, altrimenti l'economia rallenta, altrimenti il Pil non aumenta. Così bisogna continuare a costruire seconde case e piste da sci, nell'altopiano. Così bisogna fare il ponte sullo stretto, per rilanciare l'economia del sud; non perché sia necessario, ma perché smuove un po' le cose, crea lavoro e giri di danaro. E' tutto un circolo assurdo che ci porterà ben presto in un mondo invivibile, e molti credo lo trovino invivibile già ora.
Dici che la pista da sci non è un così gran male, ma poi dici che la pista stessa non ha senso. Infatti è un così gran male perché non ha senso. Avesse senso non direi nulla. Poi magari non disturba neanche tanto lo sguardo, non lo so perché non l'ho vista. Poi, come saggiamente diceva Demetrio, "se stai chiuso nel bagno dove hai appena cagato, dopo un po' non senti più la puzza". Ci si abitua a tutto. Il problema è semmai il principio, fatto questo possono fare qualcos'altro, e poi qualcos'altro ancora. E lo faranno perché è necessario all'economia, e quindi al nostro portafoglio, e quindi ci servirà, costruire qualche nuova puttanata, per arrivare a fine mese.
Riguardo quello che dici sulle condizioni economiche nell'altipiano nella prima metà del Novecento, qua si andrebbe in un discorso davvero ampio, che forse è meglio per il momento tralasciare, anche perché dovrei studiare meglio la cosa prima. Riporto solo un brano, come spunto di riflessione, da un sito sulla storia dell'Altopiano.
Dopo l'unione all'Italia, anche l'Altipiano conobbe la trasformazione del progresso moderno, pur tra incertezze, resistenze e difficoltà antiche e nuove. Molti sull'Altipiano erano chiusi in pregiudizi e in mentalità tradizionaliste, incapacidi accogliere nuove tecniche, nuove vie di comunicazione, nuove attività economiche e nuove forme amministrative. Il progresso portò nuove strade, nuove forme di abitazione, di produzione e di commercio. Le case vennero rinnovate: la paglia dei tetti sostituita da tegole e scandole. Grande importanza ebbe la costruzione della ferrovia che dalla pianura vicentina salì adAsiago . [...] Tutti i paesi dell'Altipiano furono serviti da nuove forniture d'acqua. Per i comunidi Asiago , Roana e Rotzo fu realizzato l'acquedotto Val Renzola che trasportava l'acqua dalla valle omonima per oltre 20 chilometri. In tutti i paesi dell'Altipiano arrivò l'energia elettrica che oltre all'illuminazione pubblica e privata, servì ad azionare qualche piccola industria, come le segherie. Con le nuove viedi comunicazione (strada del Costo, della Fratellanza, del Pievan...) prese impulso il movimento turistico, ospitato in strutture ricettive qualificate e rinomate.
In questo fervore di attività economiche, le possibilità di occupazione erano tuttavia limitate, anche per l'abbandono delle risorse e delle pratiche tradizionali, così che l'emigrazione conobbe le punte più alte: nel solo anno 1909 partirono da Asiago 558 emigranti.
Di certo non si tratta di tornare indietro, e nemmeno di credere all'età dell'oro. Il punto fondamentale, come già discusso animatamente qui con Gian, Cesko e Miusez (vero fioi?) è che la DECRESCITA non è una SCELTA, ma una NECESSITA'. E che se non l'imporranno i governi, l'imporrà il fluire degli eventi. Ogni pezzettino di (inutile) benessere che accumuliano nelle nostre ricche società lo accumuliamo a scapito di qualcosa, siano questo qualcosa popoli lontani o l'aria che respiriamo, causando SQUILIBRI sempre più forti. Ma il boomerang sta per tornare indietro, e questo da tutti i punti di vista si voglia osservare la questione. Altro discorso bello tosto. Pronto a discuterne ulteriormente.
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