Sull'elaborazione di un'idea della malattia e della morte
Proseguendo il discorso iniziato con Cesko a commento del post precedente, riguardo al predominio della tecno-scienza, nella quale la tecnologia abbatte le barriere senza troppo preoccuparsi del senso e delle conseguenze, sulla scienza pura, che invece non può slegarsi da una visione filosofica più ampia...
Ugualmente preoccupante (e strettamente collegata) è, a mio avviso, la perdita dell'accettazione della malattia come inevitabile condizione umana. Non si concepisce più di poter essere malati, la malattia, e la morte come malattia suprema, sono temi rimossi dalla società contemporanea. Addirittura ci sono persone che non riescono ad andare ai funerali (un rito vecchio quanto l'uomo, necessario per comprendere, elaborare e superare insieme alla comunità di cui si fa parte un lutto doloroso) tanto l'idea della morte è diventata spaventosa e inaccetabile. La rimozione collettiva delle idee di malattia e di morte, nella società del packaging e dell'immagine, ce li rende concetti tabù, da nascondere, da non pensarci. "Non sta farmici pensare va'". Ma l'elaborazione di un'idea della malattia e della morte è necessaria, oltre che per soffrire e morire bene, soprattutto per vivere bene. Le religioni stesse non sono altro che una risposta a questo. Nella società occidentale l'umana necessità di saper pensare malattia, dolore e morte, e di conviverci con un minimo di serenità, non solo non è più soddisfatta (alla base, a mio parere, ci sono ancora una volta motivazioni legate al modello economico consumista), addirittura non viene più riconosciuta.
E' utile oltre che interessante avere la possibilità di vivere accanto a degli animali. Per noi è sorprendente vedere come le malattie e la morte facciano parte della loro vita in un modo così naturale. Osservandoli credo possiamo imparare molto. Il gatto zoppo, quello cieco, la mucca con i tavaroni delle vespe, il piccione senza dita, la gallina spennata. Ricordano i personaggi delle fiabe popolari: lo storpio, il tignoso, il cieco, il sordo, lo scemo... Ora addirittura si ha paura ad usare quei nomi: il cieco è un non vedente, il sordo è un non udente, il sordomuto è un sordoprelinguale o preverbale, lo storpio un disabile. Se ci fate caso, tra l'altro, quelli attuali son quasi tutti termini che contengono una negazione ("non", "dis"), quasi che, pur di nascondere la malattia, si vada a porre l'accento sulla negazione della condizione di normalità. Ma questo è ben peggio, credo. Come se i malati fossero anormali.
E che nobile dignità nel cane che, sapendo che la sua ora si avvicina, prende e se ne va nel bosco, a lasciarsi morire, in un'epica solitudine. Per chi si batte in nome di un dio perché ai malati terminali si continui a dare alimentazione o respirazione artificiale, contro la loro volontà e contro ogni ragionevolezza: se il vostro dio ha creato il mondo, imparate a guardarla, la sua creazione, le sue creature, pazzi che non siete altro.



4 Comments:
Il tempismo con il quale leggo questo post mi fa venire i brividi...
Pochi giorni fa è scomparsa la mia cara nonnina. E' successo in ospedale, dopo 2 mesi di degenza per vari motivi che gradualmente si sono sommati tra loro, durante l'ennesima operazione che il suo corpo, fragile e stremato, non era in grado di reggere. Lo shock e il dolore sono stati da subito immensi, com'è naturale, specie per chi l'ha sposata, ci ha condiviso una vita intera e sperava follemente che da quell'ospedale sarebbe uscita viva, prima o poi. Così, appena appresa la notizia nel corridoio, il primo impulso è stato di scappare fuori, di allontanarsi, di non vedere. Ci sono voluti una serie di mentali calci nel sedere autoinflitti con forza per costringermi ad entrare nella sala post-operatoria per salutarla, anche se lei non era più lì. Nonostante i miei 28 anni era la prima volta che mi apprestavo a vedere una persona senza vita, ne avevo un sacro terrore. Ed invece è stato liberatorio, non avrei potuto essere altro che lì per comprendere appieno il senso di quel momento, la natura di quel distacco.
Una volta uscita, allontanandomi dal blocco operatorio, ho sentito una voce squillante che annunciava ai suoi cari dall'altra parte del telefonino: "E' nato, sta benissimo, pesa 3 chili 6 e 70!"
Mi sono sforzata di provare amarezza e fastidio, ma proprio non ci sono riuscita.
la vita e la morte.
vorrei aggiungere una mia idea sull'accettazione della morte.
ai giorni nostri perdere la vita, la propria o quella di una persona cara, è diventata una tragedia difficile da accettare.
io credo che questo sia dovuto alla perdita del senso di comunità che noi uomini avevamo fino a qualche secolo fa, e che tuttora esiste in civiltà considerate primitive.
la vita del singolo essere era subordinata alla vita della comunità, del villaggio. celebrare la morte significava riunire l'intera comunità per dare l'ultimo saluto e ringraziamento ad una persona che aveva speso la sua vita lavorando per tutti.
perchè il lavoro non era personale. i campi appartenevano a tutti, il bestiame pure, cioè le risorse come le difficoltà erano divise tra tutti (penso alle vedove aiutate dai villaggi, agli orfani presto adottatti).
questo concetto era ben chiaro anche al morente, il quale sapeva che sua la vita era subordinata a quella della comunità, e molto meno importante di quella del gruppo nella sua interezza. e dunque accettava l'evento consapevole che la vita vera, quella della comunità, sarebbe comunuqe proseguita. e moriva felice, perchè aveva speso la propria vita a favore del gruppo, e non di se stesso.
al giorno d'oggi la situazione nella nostra civiltà è profondamente mutata. il personalismo, il singolarismo, l'egoismo, hanno cancellato quasi del tutto le ultime tracce di comunità, di senso del gruppo, rendendo così la morte una tragedia personale e oscena. come un senso di perdita totale, di vuoto incolmabile.
i funerali sono tristi, invece in molte civiltà premoderne il funerale era una festa forse anche più grande di una nascita o di un matrimonio.
A proposito di scienza, tecnoscienza, ecc...
SCIENZA E SOCIETA' SI INCONTRANO NELL'ARCHITETTURA
è organizzato da OBSERVA, una piccola società di ricerca che si occupa di ste robe (il presidente è il mio prof della tesi)
anche nel sito di OBSERVA potete trovare articoli su questi temi.
ciau
Vedo che c'è anche Carlo di mezzo. Sembra molto interessante..
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