Solidarietà pelosetta
Pubblico un estratto da un articolo di Franco Perlotto pubblicato su "Il Giornale di Vicenza" il 25 marzo 2008.
Perlotto, vicentino, prima che cooperante in operazioni umanitarie fu alpinista di spicco: fece parte con Alessandro Gogna (di cui già vi ho parlato) e Marco Preti della prima memorabile ascesa italiana all'impressionante via Salathé al Capitan, nella Yosemite Valley, in California, tre giorni e mezzo di parete verticale, appesi nel vuoto sotto il sole cocente. La Salathé era considerata a quei tempi (1978) la via più difficile al mondo, ed era affare quasi esclusivo dei californiani, avanti anni luce nelle tecniche e nella filosofia dell'arrampicata libera. Passata metà della salita, quando era ormai impossibile tornare indietro, Gogna ebbe una forte crisi di sete dovuta al fatto che non avevano portato acqua a sufficienza, e i tre rischiarono seriamente di rimanerci.
Perlotto è autore, oltre che di diversi libri di alpinismo, di "Un mondo, mille guerre", in cui si testimonia come nel mondo della cooperazione internazionale "dietro intenti ufficiali di solidarietà" si nascondano "strategie che spesso aumentano lo scollamento tra popoli ricchi e popoli poveri".
Ci furono anni in cui partire per fare il volontario nei paesi poveri era una decisione dettata dal cuore, dalla volontà di portare un po' di aiuto a chi soffriva davvero.
In quei tempi, non così lontani dai nostri, i volontari erano tra i pochi a dare una mano ai più sfortunati. Dedicavano un paio d'anni della propria esistenza a soccorrere il prossimo. Qualcuno anche tutta la vita. Poi invece gli aiuti ai paesi poveri furono istituzionalizzati e la burocrazia e le sigle andarono a sostituire ogni spirito di volontariato.
I paesi poveri si chiamarono Paesi in via di sviluppo, gran parte delle associazioni di volontariato divennero Organizzazioni non governative, i volontari si trasformarono in operatori di cooperazione, cooperanti. Ma perché tanto interesse a regolamentare fino alla paranoia il volontariato internazionale? I governi del nord del mondo stavano investendo svariati quattrini per le operazioni umanitarie e si stavano inserendo dove, fino a una quindicina d'anni prima, arrivava soltanto la carità dei singoli. Carità di stato dunque, ma a che prezzo? Perché tanta importanza ai poveri? Da un lato faceva piacere scoprire la mobilitazione del mondo ricco in aiuto dei meno abbienti, ma anche al più ingenuo degli idealisti veniva da chiedersi quali fossero gli interessi.
Non si trattava dunque di cinismo da quattro soldi quella frase del coordinatore della cooperazione italiana in Brasile: «Io sono qui per creare degli equilibri».
Ecco dunque apparire la vera faccia dell'aiuto umanitario di stato. Nei rapporti politici bilaterali l'aiuto viene usato dai paesi ricchi come merce di scambio. Un ospedale, una operazione di escavazione di pozzi, una campagna contro la lebbra vengono messi sulla bilancia per ottenere concessioni estrattive, commerci semplificati, facilitazioni per l'insediamento di industrie. Normalmente, quando non c'é una presenza diretta dei governi, chi opera nei Paesi in via di sviluppo sono le Organizzazioni non governative.
Spesso si tratta di associazioni di volontariato, qualcuna legata all'ideale cristiano di carità, qualcun'altra in sintonia col concetto di solidarietà nato intorno al sessantotto. Ma la maggioranza delle associazioni hanno chiesto ed ottenuto il riconoscimento per attingere ai fondi pubblici per la realizzazione dei progetti. Sono quindi diventate organizzazioni non governative. L'organismo opera il programma sul territorio e chiede il finanziamento allo stato o alle comunità di stati. Ma a livello diplomatico, la sovvenzione prima o poi va a pesare nei rapporti tra i due paesi.
Le ambasciate occidentali sono costantemente al corrente dei progetti che i propri governi finanziavano alle associazioni di volontariato e ne utilizzano pesantemente il prezzo sociale e politico.
In Brasile, ad esempio, l'ambasciata italiana teneva in bella vista nell'ufficio commerciale una mappa con tante bandierine colorate, dove a colpo d'occhio si poteva avere la situazione dei vari tipi di intervento sul territorio: il programma finanziato alle Ong, il programma affidato ad una Ong o il programma gestito direttamente.
Ecco dunque che la colonizzazione dei paesi del sud del mondo, creduta morta per sempre, persiste in una forma più subdola. Si aiutano i paesi poveri per facilitare gli interessi dei paesi ricchi. Spesso, per riuscire ad arrivare per primi a salvare i diseredati, gli stati d'occidente s'affrontano in vere e proprie battaglie diplomatiche. Ma colui che opera nel volontariato internazionale non ne è del tutto estraneo o inconscio. La maggioranza dei volontari che lavorano per conto delle associazioni sono veri e propri professionisti che operano nell'ottica del mantenimento del posto. Non tutti certamente.
Una piccola minoranza è ancora legata alla meravigliosa idea di solidarietà, altri invece erano dei veri e propri avventurieri. Quest'ultimi rimangono sul progetto per poco tempo, quei sei mesi sufficienti per sentirsi qualche pallottola sfiorare il cranio. [...]
Le stesse associazioni, spesso sotto la lustra etichetta della solidarietà, non sono altro che agenzie di collocamento alle quali mendicare un posto di lavoro. Alla fine degli anni Novanta a Nairobi, ad esempio, crocevia degli aiuti per quasi tutta l'Africa, il movimento dei volontari era vorticoso. La presenza di tante Ong sul territorio, dei vari uffici umanitari e del quartiere generale dell'Onu, avevano fatto della città un crocevia per il volontariato professionale.
La paga iniziale si aggirava sui mille e cinquecento euro al mese, che poteva salire intorno ai tre per coloro che avevano incarichi dirigenziali. Per chi aveva già avuto un mandato in Africa era abbastanza facile farsi riciclare su un altro progetto, anche da un'altra Ong. Ecco dunque un mondo sommerso che sotto la parvenza della solidarietà gestiva un vero e proprio mercato del lavoro. Entrarci per la prima volta non era poi così semplice.
Se un volontario partiva dal nord del mondo con il suo bagaglio di idealismo e di voglia di fare qualcosa di utile, si poteva trovare emarginato sul posto di lavoro, qualora non fosse entrato nei parametri che via via erano andati a crearsi.
Si erano viste delle zuffe vere e proprie pur di mantenere una posizione di supremazia o per conservare un posto importante all'interno di un progetto. Ecco dunque che architetti, infermieri, ragionieri, medici che nulla avevano a che fare con il volontariato in quanto erano dignitosamente pagati, saltavano di progetto in progetto a gestirsi la loro fetta di lavoro. Persone che, dopo tanti anni che vivevano da un paese all'altro, da una guerra all'altra, non avrebbero più saputo inserirsi nel proprio paese d'origine.
Non sapevano fare altro che rincorrere gli instabili progetti che le Ong gestivano quando i governi occidentali non volevano figurare in prima persona. Nuovi avventurieri per una nuova conquista, non dissimili dai conquistatori al seguito di Cortez o dai pionieri dell'ovest americano.
Il concetto subdolo di quel tipo di intervento umanitario feriva non soltanto la libertà dei popoli che venivano condotti verso la schiavitù nei meccanismi controllati dai paesi più ricchi, ma anche coloro che credevano davvero nella solidarietà e che spesso aiutavano gli organismi con supporti economici.
Pur essendoci qualche associazione che operava per lo sviluppo dei popoli con disinteressato intento filantropico, la grande macchina degli aiuti internazionali era una torta che faceva gola ai più. Facevano sorridere dunque i sottili e sofisticati distinguo tra operazioni umanitarie armate o civili. I risultati erano gli stessi.
La solidarietà di stato non è mai esistita. Spesso maschera soltanto l'ignobile sciovinismo dell' "aiutiamo i poveri a casa loro prima che ci vengano tra i piedi". Più sovente maschera la nuova colonizzazione.
In Albania, per esempio, quello che non era riuscito a fare il fascismo, forse si era completato nei giorni degli aiuti mondiali, con o senza i militari, con o senza gli interventi degli italiani. Lo sviluppo del sud del mondo interessa ai governi d'Occidente. Con lo sviluppo dei paesi poveri ci saranno nuovi mercati da esplorare, ci saranno nuove possibilità economiche per l'occidente.
Certamente questo interesse può essere di tornaconto ai paesi in via di sviluppo. Ma non si chiamino questi interventi né solidarietà né carità. Non si chiami più col nome di volontario l'operatore di cooperazione. Il cooperante è un mestiere tutto sommato molto interessante. A me piace, soprattutto ora che tutto è molto più chiaro in quanto lavoro nella cooperazione di stato. Se sempre accade che solidarizzo con la gente dove vado, con i beneficiari dei programmi dove opero, questo è un piacere tutto mio e nient'altro.
Sono cosciente che alle spalle c’è tutt' altro ed è comunque un mio dovere avvisare sempre la gente che riceve i nostri progetti di ciò che può significare per loro in termini di libertà globale.
Franco Perlotto, Nairobi, Kenya.
Pubblicato su "Il Giornale di Vicenza" il 25/03/08.



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