Saturday, November 10, 2007

Rawalpindi, Pakistan

Questo si spera essere (perché, come si dice, il tempo è quello che è) il primo di due post su un tema da sempre cruciale, ma che non piace approfondire davanti alla pubblica opinione, specie in questi ultimi anni in cui le parole "terrorismo" e "sicurezza" hanno ammantato di (fosche) tinte uniformi interi stati, popoli, religioni: il tema dell'Altro. L'Altro, sul quale tanto ci piace scaricare giudizi senza conoscerlo, facendone capro espiatorio per drammi spesso originati da situazioni che noi stessi (noi italiani, noi occidentali, a seconda dei contesti) abbiamo contribuito a creare.

Rawalpindi, Pakistan. Per me fino a pochi mesi fa era nient'altro che un esotico nome vuoto di sensi. Ora invece, causa recenti letture alpinistiche, di senso ne ha eccome, e mi accorgo di quanto rimbalzi su quotidiani, telegiornali, e giornali radio. Mi chiedo se fosse così anche prima.
In questi giorni Rawalpindi ha gli occhi del mondo puntati addosso, epicentro della crisi politica che sta scuotendo violentemente il Pakistan. Musharraf, salito al potere con un golpe nel 1999 e grande alleato degli Stati Uniti nella regione, il 3 novembre scorso ha sospeso la costituzione "per far fronte all'insurrezione islamica e all'interferenza dei giudici nella politica". E' il cosiddetto "golpe bianco", contro il quale, con alcune luci e molte ombre, si sta battendo l'ex primo ministro Benazir Bhutto. Il centro della protesta è appunto Rawalpindi: il 9 novembre vi si doveva tenere una grande manifestazione poi bloccata dalle forze dell'ordine, sempre lì il 30 ottobre un attentato terroristico ha causato 7 morti nei pressi del quartiere generale di Musharraf.
Per me Rawalpindi è soprattutto il posto da cui partivano (oggi non so) le spedizioni per il K2. Riporto alcuni estratti dal diario di Alessandro Gogna, membro della spedizione Messner che affrontò la Montagna delle Montagne nel 1979, nonché scrittore eccellente nel fare di affascinanti resoconti alpinistici intense esperienze maieutiche.


Rawalpindi è la più brutta città del Pakistan, di certo: lo dicono anche i pakistani. Però questi aggiungono che la capitale Islamabad, a 15 km di distanza, è molto bella e attraente. Purtroppo non possiamo noi europei condividere il loro punto di vista ed Islamabad ci appare addirittura una delle più squallide ed opprimenti città del mondo. "Pindi", com'è chiamata familiarmente Rawalpindi, è una polverosa città commerciale, senza alcun monumento o costruzione notevole. Il bazar e la via centrale, la Murree Road, sono molto animati, ma per chi conosce i bazar delle altre città orientali questo appare caotico ma scialbo. Non è in vendita alcun oggetto artistico o artigianale che valga la pena di esaminare. Si vende solo ciò che serve per vivere e per consumare, il più possibile di plastica. Nessun angolo caratteristico, solo la confusione usuale, rumore, mendicanti. [...] Si raggiunge Islamabad per una lunga strada con aiuole fiorite, una città assurda costruita da pazzi architetti e megalomani politici. Il bazar coperto è uno degli orrori inutili più evidenti , per non parlare di alcuni edifici governativi. Si presenta bene invece il cinema, all'estrema periferia di Islamabad, dove centinaia di villette ad un piano, stile inglese, alloggiano i diplomatici di tutte le nazioni amiche del Pakistan. Questa impressione avevo ricevuto quattro anni fa, non ritornavo volentieri a Pindi. Ma in questi quattro anni forse molto è cambiato in me: subito mi accorgo che l'impressione temuta non può aver vita. Il giudizio estetico delle due città non può cambiare, ma ora gli occhi ed il cuore accettano di buon grado la situazione, riesco a penetrare meglio oltre i polverosi negozi, oltre il convulso traffico di pedoni e veicoli, oltre i "tonga" cigolanti, sopporto bene i radi commenti dei miei compagni, di quelli che non sono mai stati in Asia. Nel caldo del pomeriggio un cavallo che traina un tonga, e cioè un carro adibito a taxi, crolla sull'asfalto e sembra proprio moribondo. Molta gente si fa attorno, il padrone cerca di sollevare la povera bestia. [...] Sotto questa vernice di squallore deprimente a prima vista riesco a scorgere il cuore della città che pulsa, del milione di abitanti che prima scartavo come massa condannata e sfavorita di fronte a Lahore, Peshavar, Quetta, Karachi, città più storiche, vive e creative. E qui s'aggiunge la trafila burocratica, la prima avventura dei pellegrini del Karakorum che trovano il loro Cérbero in ampli stanzoni, di fronte a pile di registri e sotto implacabili ventilatori che vorrebbero congelare il tuo sudore.


A Skardu, nel nord-est del Pakistan, invece..

Due uomini s'incontrano, s'abbracciano e si tengono per mano, vorrei fotografarli ma non sono pronto. Qui è molto comune questo atteggiamento fraterno, come pure il vezzo di tenere una rosa o un bocciolo di rosa dietro l'orecchio per giocarci ogni tanto e sentirne il delicato profumo. Mentre il fiore non mi ha mai dato fastidio, il contatto tra le loro mani mi urtava. Ma ora sento che non c'è nulla di male, al limite mi folgora l'idea di un bacio con uno di loro. Ma il senso di repulsione è altrettanto rapido e scaccia l'idea balzana. Ma sono curioso, curioso come quelle ragazze che fuggono e che, nascoste, ti spiano.


(da "La parete", Alessandro Gogna, Zanichelli, 1981)

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