Tuesday, October 23, 2007

Intervista a Nico Rossi - 2 (resumption)

Sbadataggine volle che solo un mese dopo mi accorgessi dell'arrivo a blog@nerovivo.it di questa lettera. Nico Rossi, risposta alla domanda 2, 21 settembre 2007.

La politica deve entusiasmare? Siamo sicuri? Mussolini, Hitler Stalin entusiasmavano (ed entusiasmano ancora). Anche recentemente negli Usa si è andati con un certo entusiasmo alla guerra contro il terrorismo.

Occorre distinguere quello che è della politica democratica e quello che non lo è. La sfera della politica democratica è il bene comune, non tutto il bene, solo quello comune. Prima del bene comune ci sono infatti beni indisponibili, nel senso di precedenti l’uomo del tempo presente e lo Stato, come la vita, l’ambiente, l’aria (respirabile) ecc… Il primo bene comune è la pace, proprio perché è la condizione di tutela di altri beni,in primis la vita, poi la dignità umana e i diritti delle persone. La convivenza pacifica, la disponibilità al confronto tra opinioni senza violenza né imposizione di una sulle altre è a sua volta condizione della pace, specie in un tempo in cui la potenza delle armi tecnologiche e delle sfuriate delle masse scatenate da politici e mass media sconsigliano ogni altra strada.

Questo rende la democrazia poco entusiasmante, lenta, poco rock. Però garantisce anche che le decisioni prese non siano mai tali da mettere drammaticamente la società in condizione di scontro violento, o di negazione della democrazia stessa. Persa la democrazia si può perdere tutto, perché sono minacciati i diritti umani, civili, sociali. La vita e la pace.

Allora ecco i problemi da te posti sono stati affrontati dalle democrazie con importanti passi avanti: il nostro paese era molto più inquinato negli anni sessanta che non oggi. C’era molta più guerra negli anni ’40 e durante la guerra fredda. Il problema diventa oggi internazionale (accordi di Tokyo) soprattutto di costruire poteri supernazionali efficaci. Ma a questo fanno da ostacolo i poteri nazionali, proprio quelli che causano le guerre. Ed è qui che la politica sta scontentando tutti, perché sui grandi problemi globali e della pace è impotente, mancando istituzioni adeguate alla scala dei temi. E manca l’impegno per costruirle queste istituzioni. Peggio: c’è chi rema contro, gli Stati Uniti ad esempio. E dire stati uniti ci rimanda alla domanda di quanto essi possono determinare il corso del mondo in virtù della propria supremazia politica e forza (“Superpotenza” ti dice niente?).

Adesso dobbiamo considerare le pressioni a cui è sottoposto il governo italiano. Non sono solo quelle degli elettori. Ci sono le pressioni dei “poteri”, cioè dei gruppi organizzati. Nel caso del Dal Molin c’è la pressione del governo degli Stati Uniti, che ha una propria politica che conosciamo, e pretende che i suoi “alleati” la assecondino. Naturalmente la parola alleati va tenuta tra virgolette, perché si inquadra storicamente nella sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale e nella sua invasione da parte dell’Esercito Americano con sèguito di Armistizio senza condizioni e con accordi segreti (tutt’ora segreti). Tra i quali quello del 1954 che riguarda le basi americane in Italia e il loro statuto giuridico e uso bellico. Questo aspetto è particolarmente pesante se si considera che i trattati NATO prevedono la mutua assistenza obbligatoria tra gli Stati membri nel caso uno sia attaccato. E prevedono il diritto dei paesi membri di costruire basi nel territorio degli alleati. Tu ci credi che noi potremmo costruirne in America. Io no. Penso quindi che si tratti di una alleanza “dominata” dagli USA. La dottrina Bush afferma che nel 2001 gli USA sono stati attaccati e che quindi la lotta al terrorismo è un obbligo degli “alleati”. Tutto quello che è interesse americano, se sotto attacco, implica il mutuo soccorso degli alleati.

La faccenda riguarda strettamente anche il caso Dal Molin, rispetto al quale è chiaro che chi, come me e te, non vuole la base, si ritrova sconfitto sul piano della forza. La forza che nega la democrazia (ad esempio impedendo un referendum sacrosanto).

Una sconfitta della democrazia sul caso Dal Molin non significa che sia perso tutto. Anche se ci fa molto arrabbiare. Significa che occorre interrogarsi su cosa si può autenticamente fare. Io rispondo che nella situazione storica di oggi non si può fare ancora nulla: gli Usa fanno quello che decidono e nessuno può fermarli. Non li ferma di certo una o mille manifestazioni di piazza a vicenza. Né una cento o mille bombe degli integralisti islamici. E nemmeno il Parlamento che, se anche fosse contrario, è impotente rispetto all’opinione pubblica filoamericana che lo manderebbe subito a casa. La via di uscita è ricostruire rapporti di forza ed economici con gli Usa più equilibrati, cioè uscire dalla sconfitta patita sessant’anni fa edificando una Europa forte e autonoma. Solo allora si potranno dire dei no.

Io credo che sia molto importante in politica tener presente la differenza tra tattica e strategia. La strategia è tener conto degli obiettivi decisivi. La tattica è individuare azioni conformi e proporzionate per avvicinarsi al raggiungimento, anche parziale, degli obiettivi.

Risulta allora evidente che, nel contesto democratico e bipolare, determinare volontariamente o involontariamente la vittoria elettorale degli avversari dei tuoi obiettivi, cioè le forze che operano per obiettivi opposti ai tuoi, è un agire negativo per la strategia. Ad esempio: non credo che i liberali-conservatori credano utile una Europa forte. Non a caso sono i migliori partners degli Usa (vedi il recente quinquennio di Berlusconi).

Per non cadere in errori drammatici occorre una chiara visione non solo degli obiettivi strategici, ma anche della loro gerarchia, per poter decidere a cosa si può provvisoriamente rinunciare e a cosa no. Occorre quindi tener conto che la vita politica avviene nel tempo lungo della storia, e questo vale tanto più grande è il traguardo che si ci pone. La pace è un traguardo altissimo, mai raggiunto nella storia e tragicamente arretrato negli ultimi cento anni (soprattutto nella prima metà del ‘900).

Veniamo al punto del non voto. Io distinguerei tra messaggio politico e comportamento politico. In una situazione drammatica l’annuncio del non voto può essere una pressione verso i propri rappresentati, cioè un messaggio, un segnale. E’ quanto abbiamo in un certo modo fatto anche noi della Margherita autosospendendoci. Se invece diventa un comportamento, del tipo tutti a casa, si richiamo conseguenze controproducenti, cioè la creazione dello spazio in cui gli avversari del nostro impegno dilagano e realizzano tutto quello che noi non vogliamo. Quindi direi che se restiamo a livello di messaggio, è tattica. E può anche essere una tattica che serve. Se invece è strategia, non sono d’accordo.

Nico Rossi


In appendice, il 19 ottobre, mi arriva un appello che son felice di girare a voi. Io sono il primo detrattore del partito cosiddetto democratico, e farei fatica anche solo a immaginare di dare qualche consiglio a un'organizzazione che mi sembra nata tutta sbagliata se non già morta, essendo tutto sbagliato e prossimo a morire (si spera!) il tipo di politica di cui si fa interprete. Tenterò comunque di trovar qualcosa da dire. Voi che ci credete, provateci a maggior ragione:

Sono stato eletto nella costituente nazionale del Partito Democratico. Primo incontro sabato prossimo (27 ottobre ndN) a Milano. Aspetto Consigli.

Nico


Se avete proposte o idee o critiche, fatevi sentire pubblicandole al più presto, ché rigirerò al mittente..

1 Comments:

At 6/11/07 19:07, Anonymous aprile said...

credo poche altre persone abbiano avuto il coraggio di leggere per intero questo post. evidentemente poche persone fanno il mio lavoro (che ti concede lunghe pause di attesa, mentre il computer calcola).

mi permetto di rispondere ad alcune affermazioni del professor Nico.
un eventuale irrigidimento e raffreddamento del rapporto con gli stati uniti non sarebbe certo una tragedia (dal mio punto di vista,poi vedremo). dire no vuol dire alla lunga farsi rispettare (il contrario della politica estera del nano). e ribadire una volta per tutte che ormai la guerra é finita, e i trattati di parecchi decenni fa andrebbero rivisti. basterebbe avere coraggio e orgoglio nazionale.

peró non sempre ció che si pensa é ció che é.
capisco quanto voglia dire in termini economici la parola irrigidimento e raffreddamento. gli americani sono molto bravi a fare i figli di puttana sotto questo punto di vista, semplicemente bloccando le importazioni italiane in america (lo fanno spesso e senza troppi scrupoli con chi interferisce nei loro piani), di fatto mettendo in difficoltá tutte quelle imprese che esportano negli stati uniti. oppure alzando il costo delle materie prime vendute alle imprese italiane, che sono vitali e imprescindibili (ossia si comprano comunque).
il tutto creerebbe serie difficoltá all'intero sistema economico italiano, purtroppo dipendente da quello americano.

e allora che si fa? facciamo in modo che si crei disoccupazione e recessione per moltissime imprese italiane, mandando sul lastrico famiglie intere e creando tensioni sociali molto forti, tutto per un areoporto militare, oppure lo concediamo, aspettiamo che si calmino le acque, e che passi il tempo cosí che la gente si abitui alla cosa, e intanto salviamo l'economia italiana?

la risposta é semplice, é la seconda. abbiamo perso la guerra, abbiamo un sistema economico che dipende dagli stati uniti, e forse chissá, pure il nostro debito pubblico é in mano loro (qualcuno sa chi ha pagato tutti quei soldi di debito pubblico? una parte sono i titoli di stato, ma il resto?).
non possiamo fare tanto i galletti.
almeno a tempo breve, sicuramente no.
certo cambiando politica estera ed economica, con il passare dei decenni le cose potrebbero cambiare.
e in questo sono d'accordo con quanto dice Nico a proposito di europa. rimane una buona strada da percorrere.
peró non l'unica. perché l'italia investe cosí poco in africa? perché le nostre imprese non aprono il mercato libico, tunisino ed egiziano? perché non investono nel corno d'africa, favorendo l'eliminazione della povertá e aprendo nuove prospettive di benessere per noi e per loro?
certo l'europa é importante, ma dico di stare molto attenti a riversare su di essa tutte le nostre speranze di smarcamento.

perché in fin dei conti, se ancora durano questi rapporti di forza con gli americani, negli stessi anni in cui si sono creati, tedeschi-italiani-francesi-inglesi-spagnoli facevano dell'europa la piú grande macelleria di tutti i tempi. e dietro i tanti bei sorrisi che ci sono a bruxelles, rimangono parecchie differenze.

 

<< Home




© 2004-07 Nerovivo - Tutti i diritti sono riservati