La città della merda
Vallettopoli. A parte che è da un pò di giorni che mi bazzica la mente un fastidio (alla Django) per questo termine così etimologicamente scorretto da non avere senso (letteralmente, "città delle vallette", ma si può? E basta con questi orrori, santiddio! Se proprio volete tenere il suffisso, dategli una parvenza di significato: chiamatela Merdopoli!).
C'è da firmare una petizione a sostegno dei pubblici ministeri Woodcock e Montemurro e del giudice per le indagini preliminari Iannuzzi, sotto il fuoco incrociato dei politici e dei loro stessi superiori causa l'OTTIMO lavoro PER la GIUSTIZIA che stanno coraggiosamente portando avanti a Potenza.
Per firmare la petizione.
Per saperne un po' di più, sui nobili comportamenti dei nostri politici (mastella-sure, amato-sure, napolitano-purtroppo-not-so-sure). Da Micromega, firma TRAVAGLIO. Sure.



4 Comments:
PS: scusa Tony se rimando.. Abbi pazienza, ché avevo urgenza.
sostegno a Woodcock? tse, pfui...
sto tizio è uno di quei giudici (già, non è il primo, riferendomi a certi giudici di milano...) che ha sempre provato a stare sotto la luce dei riflettori e finalmente c'è riuscito.
fare il giudice vuol dire tutt'altro.
Uno Sciascia di 20anni fa capita a fagiolo:
"Un giovane esce dall’Università con una laurea in giurisprudenza; si presenta ad un concorso; lo supera svolgendo temi inerenti astrattamente al diritto: e da quel momento entra nella sfera di un potere assolutamente indipendente da ogni altro che sia possibile conseguire attraverso un corso di uguale durata, attraverso un’uguale intelligenza e diligenza di studio, attraverso un concorso superato con uguale quantità di conoscenza dottrinaria e con uguale fatica. Ne viene il problema che un tale potere - il potere di giudicare i propri simili - non può e non deve essere vissuto come potere. La scelta della professione di giudicare dovrebbe avere radice nella repugnanza a giudicare, nel precetto di non giudicare; dovrebbe cioè consistere nell’accedere al giudicare come ad una dolorosa necessità, nell’assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi all’inquietudine, al dubbio.
Non da questo intendimento i più sono chiamati a scegliere la professione di giudicare. Tanti altri sono gli incentivi, e specialmente in un paese come il nostro. Ma il più pericoloso di tutti è il vagheggiare questo grande potere come un potere fine a se stesso o finalizzato ad altro che non sia quello della giustizia secondo lo spirito e la lettera della legge. L’innegabile crisi in cui versa l’amministrazione della giustizia deriva principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come un dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano, l’arbitrio. Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a giudicarli"
Ti rispondo presto Ciro :)
Credo invece che la frase di Sciascia non c'entri molto. Non son certo un esperto, eventualmente sono gradite correzioni, ma c'è una bella differenza tra giudice e pubblico ministero. Giudici e pubblici ministeri rientrano entrambi nella categoria dei magistrati, ma i giudici, nell'accezione con cui li intendete tu e Sciascia, sono magistratura giudicante, mentre i pm sono magistratura requirente, che è altro. Il pubblico ministero non deve giudicare: egli esercita l'azione penale, diventando una delle due parti del processo, in contrapposizione all'imputato, a difesa dell'interesse pubblico. In Italia il pubblico ministero deve esercitare l'azione penale ogniqualvolta abbia notizia di un reato, decide se perseguirlo o meno, conduce le indagini.
Detto questo, e ribadito quindi che Woodcock non è un giudice ma un pubblico ministero che svolge egregiamente il suo lavoro, la frase di Sciascia mette alla luce una problematica reale. Ma, permettimi, assolutamente secondaria nell'Italia di oggi. Un paesuccolo in cui nessuna pena viene scontata (con eccezione per i reati meno gravi, i soli puniti: nelle carceri stanno immigrati irregolari e piccoli spacciatori, stop), i collusi con i mafiosi siedono con grandi onori in parlamento, i colpevoli prescritti hanno in mano, con forte consenso popolare, l'economia, i media e la politica. In Italia non c'è giustizialismo, e non c'è nemmeno la GIUSTIZIA. Questo è IL problema. Preoccuparsi ora del presunto esibizionismo di Woodcock è come preoccuparsi di tagliare le unghie all'uomo che, al nostro cospetto, sta morendo di fame, ORA.
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