Friday, March 23, 2007

Il Ribelle

Il ribelle è uno "chevalier seul". Non si propone obiettivi politici. Vuole solo rimanere se stesso, fedele a una sorta di promessa che si è fatta da ragazzo. "Difendere ciò che egli stesso è", come scrive Albert Camus ne L'uomo in rivolta. Il suo ordine morale è tutto interiore. E' la sua personalissima tavola dei valori, il suo nucleo costitutivo al quale non è disposto a rinunciare a nessun costo di fronte alle aggressioni o alle lusinghe dell'ordine costituito, pronto a difenderlo fino alle estreme conseguenze. Il ribelle è quindi un uomo che dice no. Ma è anche un uomo che dice . A se stesso.
Nella sua solitaria e dolorosa lucidità il Ribelle però sa che, nell'assenza di un Assoluto da cui far discendere una gerarchia fra ciò che è Bene e ciò che è Male, i valori tutti individuali in cui crede e si sforza di onorare, la lealtà, il rispetto della parola data, lo spendersi generosamente, il coraggio, fisico e morale, la DIGNITA', non sono in sè superiori a quelli che disprezza. Come Ivan Karamazov sa, disperatamente sa, che, nel silenzio siderale di Dio, "tutto è assurdo e quindi tutto è permesso".
Tuttavia, nonostante ciò non abbia in realtà alcun senso, il Ribelle, per l'orgogliosa percezione che ha di sè, non vuole arrendersi a questo "tutto è permesso". E si comporta quindi
come se esistesse un tribunale superiore che lo giudica. Il suo. Testardamente, cocciutamente, non vuole tradire l'immagine che, a torto o a ragione, si è fatta di sè. Più che etica la sua è una coerenza e una rivolta estetica.

(Massimo Fini, "Il ribelle", Marsilio)

E' una figura che mi attira per risonanza. Ribelli sono gente come Fini stesso, Guzzano, Luttazzi, forse Travaglio (il forse è solo perchè non ne conosco la componente estetica). Il libro l'ho adorato. Massimo Fini non ha uno stile di scrittura eccezionale, ma ha idee chiare, semplici, attraenti, e soprattutto forti, quasi impossibili da raggirare. E' un giornalista, non usa forse il metodo rigoroso o le raffinate strutture di un filosofo (anche se alla filosofia si appoggia), ma sfido qualunque filosofo a smontare le sue tesi. Ché non sempre la semplicità preclude la profondità, e anzi spesso la complessità nasconde la debolezza (delle idee). L'ho letto un anno fa e, come capita con gli ottimi libri, tuttora ne porto i segni. Sono più "radicale", più "estremista", più "localista", più "no-global", sebbene tutte queste etichette mi stiano qua. E' un libro che ti cambia, perchè la sua ottica è in qualche modo totalmente diversa da quella proposta ogni giorno dalla tv, dai giornali, da tutta la cosiddetta informazione. Un'ottica nuova nel suo complesso, e convincente, perchè i ragionamenti che vi stanno alla base sono lineari e condivisibili. Anche se, seguendo i passaggi e restringendo sempre più il campo, si arriva a conclusioni in qualche misura spiazzanti: la democrazia rappresentativa non è democrazia, i talebani non sono terroristi, uno sgozzamento è più civile di una cluster bomb, la ricostruzione post tsunami è un grave errore, Wojtila ha rischiato di distruggere ciò che resta del cattolicesimo, e via di questo passo. Non sono provocazioni, ma idee che si sviluppano da possenti radici.
Nel suo sito, www.massimofini.it, trovate un archivio completo e aggiornato dei suoi articoli, vi invito a leggerne alcuni, in particolare quelli recenti sull'Afghanistan e i talebani e quelli datati 17 e 20 febbraio riguardanti la manifestazione di Vicenza, cui Fini ha partecipato con il suo Movimento Zero. Credo siano gli unici fondi sensati scritti al riguardo, visto che pure gente che usa la testa come Camon ha finito per parlarne in termini di terrorismo e brigatisti. Da fine, intelligente, idiota.

1 Comments:

At 29/10/08 18:55, Anonymous Camlin said...

Well written article.

 

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